Gentiloni, Calenda, Maroni: quale riserva della Repubblica farà il titolare

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Nel racconto degli ultimi giorni di politica italiana sta tornando di moda un’espressione: riserva della Repubblica. A coniarla fu il generale francese de Gaulle quando, nel 1968, da Capo dello Stato chiese a Georges Pompidou di abbandonare la carica di primo ministro pur mantenendosi a disposizione per futuri incarichi.  E difatti, dopo meno di un anno, lo stesso Pompidou fu richiamato all’Eliseo come suo successore.

L’abuso di questa espressione, in campagna elettorale, è il segno tangibile che dalle urne la notte del 4 marzo  potrebbe anche non uscire il nome di un vincitore. E cosa accadrebbe in questo caso? Il pallino passerà come da prassi al capo dello Stato, a quel Sergio Mattarella chiamato a fare da metronomo, a dettare i tempi di un tempo folle.

Le alternative sono principalmente due, in caso di non-vittoria da parte di uno dei tre schieramenti principali:

  • Si cerca un accordo per un governo di larghe intese
  • Il governo Gentiloni prosegue fino a nuove elezioni

Eccole, le riserve della Repubblica. Nel primo caso a tenere insieme un governo di larghe intese – ipotizzando l’alleanza più probabile tra Pd e Forza Italia – non potrebbe essere Renzi (troppo ingombrante) e neanche Berlusconi (incandidabile). Chi, dunque, al governo del Paese? E soprattutto: espressione di quale partito? Magari di nessuno, per sorvolare il problema. Attingere dal serbatoio dei tecnici, in fondo, è sempre possibile. Nomi? Calenda ha fatto sapere di sentirsi “troppo giovane” per un ruolo di questo genere, ma il suo attivismo mediatico è quanto meno sospetto in questa fase. Pare il preludio di una prossima discesa in campo. Vedremo..

Enrico Letta? Fino a quando Matteo Renzi sarà il segretario del Pd è tagliato fuori. Gianni Letta? Ha due problemi: l’amicizia con Berlusconi e il cognome. Montezemolo? Ha perso l’aereo…pardon, il treno diversi anni fa. Della Valle? Troppo anti-berlusconiano. E allora? Allora chi resta?

Rimane la riserva della Repubblica attualmente titolare. Il felpato Gentiloni. E anche il consapevole Gentiloni. Quello che in tv, su Rai Uno, si autodefinisce “er moviola” non a caso. Conscio che un po’ di sano ragionamento è preferibile di gran lunga alla gatta frettolosa, che tutti sappiamo aver fatto figli ciechi.

Certo c’è il rischio che la coalizione di centrodestra, probabilmente maggioritaria rispetto al Pd, possa chiedere di esprimere un nome proveniente dalla propria area anche in segno di rottura rispetto al recente passato. Nomi? Idee? Suggerimenti? Probabilmente uno. Bobo Maroni.

Ha sbagliato i tempi dell’uscita di scena. Ha temporeggiato troppo quando si è trattato di rinunciare alla poltrona di governatore della Lombardia. Ma ha un alleato e un amico in Silvio Berlusconi.

Matteo Salvini non accetterà mai di convolare verso larghe intese con Renzi. Berlusconi sì. E nel caso in cui i numeri del Pd e di Forza Italia da soli non bastassero ecco subentrare il fattore Bobo. L’uomo che ha fondato la Lega Nord con Umberto Bossi avrà la forza di sottrarre parlamentari a Matteo Salvini e di travasarli in Forza Italia o in una nuova formazione di “responsabili”? Sarà in grado, Maroni, di prendersi la rivincita sul leader che ha accusato di aver adoperato metodi stalinisti nei suoi confronti? Nel caso in cui la risposta fosse affermativa, al di là delle dichiarazioni di facciata, troverebbe in Berlusconi una sponda sicura.

Basterà sedersi di fronte alla tavola imbandita di Arcore. E così come avveniva con Bossi, Berlusconi e Maroni troveranno l’intesa davanti ad un piatto di pennette tricolori. E ai più di sinistra del Pd , a quelli che oseranno protestare per la scelta di Maroni, basterà ricordare che Bobo, a Varese, era noto per girare con Il Manifesto sottobraccio. Lui che era iscritto al partito di estrema sinistra Democrazia Proletaria, non avrà problemi a farsi portavoce di un governo sinistra-centro-destra. Tra le riserve della Repubblica è forse proprio lui il più pronto a diventare titolare.

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