Onore a Renzi, ora che il vento soffia contro

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Provaci ancora Matteo. Provaci che questa è #lavoltabuona. Sembra quasi di sentirlo Renzi, caricarsi e darsi fiducia. Che ce n’è estremo bisogno di questi tempi. Ora che il vento soffia forte e soffia contro. E in effetti è difficile venire a patti con la realtà. Quella di aver dilapidato, a torto o a ragione, un patrimonio di milioni di voti. Gente che in Renzi aveva visto, sbagliando, il Messia.

Invece il ragazzo di Rignano ha deluso. Difficile che finisse diversamente: quando prendi il 40% sai che molto probabilmente – soprattutto se fai politica in Italia e rappresenti il centrosinistra – quello sarà il picco della tua carriera. Non un bel crocevia se ancora non hai messo piede a Palazzo Chigi.

Travolto dalla corrente, incapace di frenare l’odio nei suoi confronti. Dall’altare alla polvere, è stato un attimo. Non siamo qui per elencare le colpe di Renzi. Sarebbe un esercizio noioso. Ma forse il peccato originale sta proprio in quello che mai la sinistra gli ha perdonato, la scusa che è servita a catalogare Renzi come l’intruso che voleva usurpare il Partito. Il Patto del Nazareno.

L’incontro e l’accordo col nemico del Ventennio. Siglata l’intesa con Berlusconi, Renzi avrebbe dovuto resistere alla tentazione di tradirlo. Avrebbe dovuto ignorare le interferenze di D’Alema (l’avversario più velenoso). Non cedere al gusto di strappare su Mattarellla, fornendo a Berlusconi l’assist per appiedarlo.

Ne avrebbe beneficiato l’Italia tutta: protetta dalla deriva grillina, libera dall’odio, più vicina a quella pacificazione che il Cavaliere invano ha inseguito per anni. E più simile ad un modello di democrazia europea (vedi Germania) dove gli interessi di parte vengono messi in soffitta (almeno per un po’) in nome di quella cosa chiamata “responsabilità“.

Ma oggi sarebbe stato meglio anche Renzi. Che il referendum del 4 marzo, con i voti di Berlusconi, lo avrebbe vinto. E quegli stessi voti moderati, in queste elezioni, li avrebbe giocoforza ereditati tutti. Berlusconi davvero era affascinato da lui. Ad un certo punto l’idea di un Partito della Nazione l’aveva accarezzata realmente. Ma tutto è svanito quando Renzi ha capitolato dinanzi al proprio orgoglio.

Quello stesso orgoglio che oggi gli impedisce di arretrare, che gli impone di giocare a petto in fuori una campagna elettorale che lo vedrà perdente. Potrebbe promettere la Luna, che gli italiani lo punirebbero ugualmente. Meglio avrebbe fatto ad attendere un giro di giostra, a farsi desiderare, così come aveva fatto subito dopo la batosta del referendum. Ma il richiamo delle elezioni è stato troppo forte. La voglia di farla pagare politicamente a tutti i suoi avversari preponderante sulla prudenza.

Di questo gli va dato atto. Renzi è un arrogante. Ma è anche un coraggioso. Nel 2012, dopo aver perso le Primarie del Pd, in quello che resta uno dei discorsi più belli della sua carriera, disse: «Ne sarà valsa la pena, anche stasera tornando a casa e rimboccando le coperte dei figli». Non è sua abitudine tirarsi indietro. Quando le frecce nemiche raggiungeranno il suo petto sarà giusto rendergli onore.

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