Se questo è un Capo: così Renzi è diventato piccolo

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Tiene nascosta la lista dei candidati Pd per ore, neanche fosse la Pietra Filosofale. Ma per Renzi poco ci manca: è su quei fogli che ha scritto a penna il destino, sa che dalla renzizzazione del Partito passerà il suo futuro.

Come sempre, però, Matteo dimostra di non essere cambiato. Degli errori del passato non ha fatto tesoro. Il referendum del 4 dicembre, personalizzato all’inverosimile, diventato un Sì o un No a Renzi, piuttosto che al rinnovamento della Costituzione, non è stato abbastanza. Renzi è quel che si dice un uomo solo al comando, nel senso che piuttosto che perdere il comando ha preferito restare solo.

C’erano una volta i rottamati, e ora non ci sono più. C’erano una volta le minoranze, e dopo la composizione delle liste si domandano cosa sia rimasto di democratico nel Partito. Renzi sceglie i suoi fedelissimi, ai rivali interni assegna il minimo sindacale, giusto perché non si dica che è un dittatore. Ma alla fine si dice lo stesso: il Partito Democratico è stato balcanizzato, o renzizzato, che per tanti è la stessa cosa. Agli Orlando, ai Michele Emiliano, a chi per ore ha cercato di parlare con lui al Nazareno in cerca di un accordo, Renzi si è sottratto: accessibile soltanto al suo giglio magico, rinchiuso nel bunker del Nazareno, ha disposto del destino di molti, lasciato a casa persone meritevoli – se non di un seggio in Parlamento – quanto meno di rispetto e considerazione.

Ma nella storia del renzismo, quella che è stata definita la notte dei lunghi coltelli segna un arretramento da parte del Capo. L’uomo che giocava all’eterno rilancio, che credeva di battere gli avversari al referendum, che fino a qualche mese fa puntava al 40% – ricordando che lui sì, già lo aveva raggiunto alle Europee del 2014 – questa volta gioca in difesa, pensa a difendere il trono, più che ad allargare il regno. Vuole in Parlamento un plotone di fedelissimi – o quasi – che dica sì senza battere ciglio, né sollevare il sopracciglio. Spera che alle elezioni si arrivi ad un pareggio, che il Pd sia decisivo per un governo di larghe intese con Berlusconi e nessun vecchio comunista venga a ricordargli che il Partito di cui è segretario non può accettare un nuovo compromesso con l’uomo di Arcore.

Il passaggio dall’ipotizzato PdN (Partito della Nazione) al PdR (Partito di Renzi) è la cartina di tornasole di un leader ridimensionato. Il rischio è che al 40% delle Europee non segua il 40% delle prossime Politiche: più facile che dal dramma del 4 dicembre 2016 si arrivi alla catastrofe del 4 marzo 2018. Renzi è diventato piccolo. E in tanti, adesso, si domandano se questo è un Capo…

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