Erdogan e Bergoglio: il Sultano e il Santo Padre

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Il Sultano non si inchina. Neanche dinanzi al Santo Padre. E perché mai dovrebbe, Erdogan? Ai suoi piedi ha milioni di turchi, che in lui vedono una sorta di semi-Dio. Per questo non si impressiona, davanti al vicario di Cristo. Papa Francesco è un capo di Stato come tanti, peraltro scomodo. Niente di più.

Quando si incontrano, in Vaticano, nessuno dei due sorride. Sanno che la loro è una partita a scacchi, non si amano, non sono lì per questo. La stretta di mano del Sultano è salda, lo sguardo glaciale, fisso sull’interlocutore. Poche parole in un inglese stentato: per capirsi hanno bisogno dell’interprete.

Non ha voglia di perdersi in formalità Erdogan: dinanzi ai fotografi, prima di una chiacchierata della durata di 50 minuti, siede al tavolo papale senza attendere che prima lo faccia Francesco. Poi per un attimo lo fissa in pieno volto, il Papa non ricambia.

Le porte si chiudono: i due iniziano a parlare in modo franco, da pari a pari. Hanno tanto da dirsi, condividono poco. Ad esempio la posizione sulla Palestina, dopo l’accelerazione improvvisa di Trump su Gerusalemme capitale d’Israele. Ma di certo non sono d’accordo sulla svolta autoritaria intrapresa dalla Turchia. Mentre il Papa parla col Sultano, fuori Piazza San Pietro decine di manifestanti – molti dei quali curdi – si ritrovano per protestare. Vogliono che i diritti civili vengano rispettati. Non accettano che Erdogan il dittatore venga accolto con onori da statista.

Da quando è sopravvissuto al colpo di Stato del luglio 2016, Erdogan vede nemici ovunque. Fa arrestare giornalisti, docenti, professionisti che crede vicini a Fatullah Gulen, l’imam auto-esiliato negli Usa, che il Sultano crede essere la mente del golpe. Nei suoi piani c’è la reintroduzione della pena di morte, con buona pace dell’Europa. Quella stessa Europa che non può permettersi di irritarlo troppo.  Erdogan tiene in Turchia più di due milioni di profughi provenienti dalla Siria. Se apre i cancelli sono guai, per tutti.

Prima dei saluti, Papa Francesco e il Sultano si scambiano i regali di rito. Ed è qui che il Pontefice piazza la sua stoccata. Al leader turco dona un medaglione, sopra vi è raffigurato “l’angelo della pace che strangola il demone della guerra“. Il riferimento, neanche troppo velato, è all’operazione Ramoscello d’Ulivo, l’offensiva militare portata dal governo di Ankara contro le milizie curdo-siriane Ypg ad Afrin, nel distretto della Siria nordoccidentale. Erdogan fa la guerra, il Papa tesse la tela della pace. Non possono proprio andare d’accordo.

Quando arriva il momento di congedarsi, Papa Francesco cede il passo alla consorte del presidente turco. Lei, imbarazzata, fa un paio di passi, poi si allinea agli altri due: non pare abituata a queste gentilezze.

Erdogan e Bergoglio: ora il sorriso è più disteso, ma non per questo caldo. Il Sultano porta la mano sul petto e lì la batte per due volte. Il saluto è quello arabo, fatto di un tocco sulle labbra, sulla fronte e di un lieve inchino. Significa: “Ti offro il mio cuore, la mia anima e la mia testa“.

Ma il turco e l’argentino in comune non hanno né cuore, né anima, né cervello. “Pregate per me“, chiede Francesco. “Anche noi aspettiamo una preghiera da Lei“, risponde Erdogan. Sono sovrani, imperatori, intermediari tra il popolo e il loro Dio. Sono il Sultano e il Santo Padre: nessun inchino, nessun baciamano.

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