Renzi e Gentiloni: sarà l’ultimo abbraccio

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Si abbracciano a Roma, nel sabato dei cortei antifascisti che riunisce la sinistra. Ma così come Pd ed ex Pd tornano a sfilare compatti soltanto per un giorno, pure per Renzi e Gentiloni è impossibile immaginare un futuro insieme.  Il primo, Matteo, vede l’altro come un incidente di percorso imprevisto. L’altro, Paolo, sa di essere un incidente, ma probabilmente lo aveva previsto.

Confidava che una volta al governo sarebbe dipeso tutto da lui. Così ha scelto il suo stile e la sua cifra. Agli spigoli renziani ha opposto i sorrisi paciosi, al racconto della rottamazione i capelli grigi della saggezza. Ha avuto ragione lui: con pazienza, ha fatto il vuoto attorno al segretario. La prova plastica si ha proprio a Roma. Quando arriva alla manifestazione dei partigiani, attorno a lui si forma subito un capannello di persone e giornalisti. Adesso è Gentiloni che dà la linea, da Renzi al massimo ci si attende qualche stoccata, per questo lo si intervista.

Eppure, Matteo, ha ancora la forza di incassare in silenzio, di raccontare al Paese un’altra storia. Quella di un Partito Democratico in cui ci si vuole tutti bene, una squadra bellissima, un team affiatato. Poco importa che in privato soffra per la svolta presenzialista del premier. Fatica pure a chiamarlo così: Presidente del Consiglio. Si sente usurpato del ruolo. E se ha accettato di lasciare a Gentiloni diverse ospitate televisive è stato solo perché spera di poterne sfruttare il momento magico, di utilizzarlo come lo sprinter usa l’ultimo uomo prima della volata.

Ma a quel punto sarà Paolo a sottrarsi. Dopo una vita da gregario, per una volta er moviola tenterà l’accelerazione. Avrà dalla sua l’approvazione dei padri nobili del Partito, figure autorevoli come Romano Prodi e Giorgio Napolitano che lo hanno già indicato come leader in pectore. Per questo, è facile che l’abbraccio romano sia l’ultima foto di Renzi e Gentiloni insieme.

Quando dopo le elezioni sarà chiaro che Paolo pensa da leader, Renzi proverà a ricordargli che il leader è lui. Inizierà a sgomitare come fece con Bersani, proverà a sabotarlo come fece con Enrico Letta, si rifarà allo Statuto del Pd, che indica nel segretario il candidato premier. Si arroccherà sulle sue posizioni, non arretrerà di un millimetro, a costo di tenere in ostaggio l’Italia. Mostrerà il suo concetto di politica: uno scontro di muscoli, un braccio di ferro continuo, non l’esercizio diplomatico che tanto piace a Gentiloni e alla sua corte. No, Matteo è sempre in guerra. A meno che il comando non sia il suo e la pace un bene da difendere.


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