Il segnale di Letta: Gentiloni per liberarsi di Renzi

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Dal giorno della staffetta a Palazzo Chigi i due non si sono più incontrati. Enrico Letta e Matteo Renzi sono fermi a quella cerimonia della campanella, a quella stretta di mano glaciale, a quel non volersi guardare neanche negli occhi, tanto era forte il senso d’ingiustizia provato dall’uno e quello di fastidio covato dall’altro.  Spartiacque di un tempo breve, di un periodo politico che ha visto prima sorgere e poi naufragare una nuova idea di Pd, dove il prima è stato #enricostaisereno, il dopo si consumerà il 4 marzo.

Letta-Renzi, cerimonia della campanella
Letta-Renzi, cerimonia della campanella

E da Parigi, dove ha deciso di rifugiarsi per sfuggire alla luce dei riflettori, dov’è andato ad insegnare pur senza rinunciare alla passione politica, Enrico Letta non ha dimenticato il torto subito. Si è metaforicamente seduto in riva al fiume, ad aspettare placidamente che il cadavere del nemico passasse davanti ai suoi occhi. Ma se la resistenza di Renzi è apprezzabile, la pazienza di Letta è senza confini.

Sono agli antipodi, Enrico e Matteo. Uno compassato, l’altro irrequieto. Entrambi provengono dalla Margherita, ma è nei modi e nei tempi di Letta che viene fuori la scuola democristiana: l’attesa, la strategia, il disegno. Così dopo Prodi, dopo Napolitano, dopo Veltroni, torna pure Letta. Ma dov’era finito? E cosa mai vorrà dire, il primo premier dell’ultima legislatura, a meno di una settimana dalle elezioni?

Sceglie il mezzo con cui è stato silurato, Twitter, dove il messaggio è più breve e incisivo. Pondera tutte le parole, neanche fossero proiettili da indirizzare sulla sagoma di Renzi, e poi cinguetta: “Il voto del 4 marzo? Se penso a Italia e Europa voglio augurarmi che Paolo Gentiloni ne esca rafforzato con la coalizione che lo sostiene“.

Non c’è il riferimento al Partito Democratico, soprattutto non esiste Renzi. La coalizione che sostiene Gentiloni, dice, come fosse ormai scontato che il segretario è superato. Evita di aggiungere un #matteostaisereno perché non è nel suo stile, perché al registro renziano ha sempre preferito sottrarsi, scegliendo di guardare oltre, alla rivincita che prima o poi verrà.

E quel momento, crede, non è più così lontano. Così sceglie Gentiloni, il lento che ha superato il veloce, il nuovo leader silenzioso di un’area chiassosa per natura. Davvero è curioso di capire fino a che punto riuscirà a spingersi Renzi, quando sarà chiaro che il consenso è svanito, la golden share nel Pd non più rivendicabile. Ma il suo segnale è prima di tutto politico: se Letta sta con Gentiloni, Gentiloni non sta con Renzi.

Ha scelto il cavallo, Letta. Grazie all’amico Paolo, lancia in pugno, può trafiggere Matteo, prendersi la sua vendetta. Pure da lontano, pure senza ruoli, pure col sorriso. Perché alla fine è stato sereno: era solo questione di tempo.


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