Berlusconi e la riabilitazione: l’azzardo del leader ferito, un ultimo all-in

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Era il primo agosto del 2013 quando Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli, venne raggiunto dalla sentenza di condanna per frode fiscale nel processo relativo ai diritti tv Mediaset. I suoi avvocati, per settimane, gli avevano ripetuto che non c’era nulla da temere, che l’assoluzione era praticamente certa.

Per questo, il pronunciamento dei giudici, venne vissuto da Berlusconi come uno dei colpi più duri della sua vita. Crollava il mito dei tanti processi senza neanche una condanna definitiva, del complotto della “magistratura di sinistra” mai in grado di trovare le prove necessarie a rendere colpevole un innocente.

Ed è forse quello, più di ogni altro, il punto di caduta del berlusconismo, il momento in cui la parabola del leader diventa discendente. Da quando la legge Severino – va detto, applicata retroattivamente – lo ha reso incandidabile, Berlusconi non ha fatto più il Berlusconi.

Il dominus nelle urne, l’acchiappavoti per antonomasia, ha sì giocato la partita ma sempre per la salvezza, non più per la vittoria del campionato.

Così ha iniziato la corsa al tribunale di Strasburgo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che “dovrà restituirmi l’onore perduto“, la lotta contro il tempo (persa) per tornare candidabile per le elezioni.

E poi le giustificazioni – con gli altri e con sé stesso – sul fatto che “se Salvini ha superato Forza Italia è stato perché io non sono candidabile, se fossi stato in campo le cose sarebbero andate diversamente“.  L’illusione che il tramonto non debba arrivare mai, la convinzione che se è rimasto lo stesso di sempre non c’è motivo per cui gli italiani non debbano ancora fidarsi di lui.

Da qui la decisione di tentare un’altra partita. La richiesta di riabilitazione al tribunale di sorveglianza di Milano, chiamato a giudicare se Berlusconi negli ultimi 3 anni abbia dato “prove effettive e costanti di buona condotta“. L’obiettivo è duplice: tornare incensurato anticipando i tempi della Corte di Strasburgo per lavare l’onta della fedina penale macchiata; ma soprattutto tornare eleggibile.

Ed è questo il pensiero che gira e rigira nella testa del Berlusconi ferito. Ripresentarsi come leader a tutto tondo, capace di affrontare con le stesse armi i giovani che sperano di farlo fuori soltanto perché non può entrare in Parlamento. Una tentazione che accarezza da tempo: far saltare nuovamente il banco, dire no ad un governo con Di Maio, al ragazzino che ha avuto “l’arroganza” di porre il veto proprio sulla sua persona.

Un ultimo azzardo, un all-in che possa portarlo nuovamente a Palazzo Chigi. O forse alla fine politica sua e di Forza Italia. E c‘è qualcosa di folle e romantico in questa ostinazione. L’immagine di un leader malandato e ferito, che non vuole morire.

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