Consultazioni per dirsi di no

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Salire al Colle in pompa magna, annodarsi bene il nodo della cravatta. Due spruzzate di profumo, facciamo tre, che incontriamo il Presidente della Repubblica. Mica il capo condomino.

Una visita al Colle da ricordare, un rituale ricco di storia, per niente svuotato di significato, se non fosse che nessuno ha capito cosa siano realmente le Consultazioni.

Non previste dalla Costituzione, sono quasi un atto di cortesia del capo dello Stato. Una prassi istituzionale, un’occasione per chiedere “consiglio” all’uomo che ha in mano le sorti del Paese. Così dovrebbe essere. Così non sarà.

Si presenteranno all’appuntamento con Mattarella, tra oggi e domani, convinti che alle Consultazioni dovranno esprimere il convincimento del loro partito, del popolo che rappresentano. Dimenticheranno che i colloqui col Presidente servono per trovare una quadra, non per piazzare la loro bandierina sul terreno fragile del Paese.

E Mattarella, da nonno comprensivo e paziente, dopo il primo giro di giostra darà un po’ di tempo ai nipotini per riordinare le idee, per capire che se non vogliono tornarsene tutti a casa dovranno trovare un accordo, venire a patti col nemico, in un modo o nell’altro.

E di nuovo avremo un appuntamento al Quirinale, una cravatta da annodare, un sorriso per i fotografi, una dichiarazione da concedere alle agenzie. Che ormai questa è diventata la politica: un reality show in cui il più simpatico vince.

La sfilata è iniziata: li vedrete pieni di sé, atteggiarsi a statisti davanti alle telecamere, esprimere con apparente dignità istituzionale il loro credo. In realtà saprete che non c’hanno capito nulla neanche loro. Non sono nemmeno Consultazioni, visto che il consiglio non lo accetteranno. Vogliono solo dirsi di no.

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