Sul pavé della Roubaix

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Sul pavé della Roubaix non puoi nasconderti. Quando entri all’Inferno il diavolo sa come trovarti. Sei nell’incubo di mille notti, nel sogno che hai sognato di sognare. Ci sei dentro questa volta, e indietro non si torna.

Sul pavé della Roubaix non c’è spazio per le paure. Non c’è tempo. Solo pietre, se va bene. Selciato cattivo, ruote spesse, odore di sudore, di uomini che lottano per sopravvivere.

C’è il ciclismo, sul pavé della Roubaix. Il mito che diventa realtà. La foresta di Arenberg, dritta e infinita. Alberi alti, scheletrici, vegetazione fitta sui due lati: non vedi oltre, non vedi nulla, se non quel tunnel buio dove la bici si inceppa, il cambio salta, i tuoi compagni pure.

E lì senti le urla delle cadute, vedi le ginocchia sbucciate, erano accanto a te un secondo fa. E adesso sono per terra, speri di non essere il prossimo. Capisci perché lo chiamano inferno del Nord. Speri solo finisca in fretta.

Perché sul pavé della Roubaix sai che niente può salvarti. Non il sole che genera polvere. Non la pioggia da cui ha origine il fango. Puoi solo serrare forte le mani sul manubrio, stringere gli occhi quando serve e chiedere all’ammiraglia quanto manca alla fine.

Puoi arrivare a piangere, uscire di senno, non poterne più della bici che vibra, del freddo e del caldo, della fatica e del dolore, delle gambe che bruciano, sul pavé della Roubaix.

Ma se esci vivo dal pavé della Roubaix, allora sei pronto a conoscere anche il suo parquet. Quello di un velodromo elegante e festoso, che ti aspetta per renderti onore, per dirti che da oggi sei un uomo diverso.

In fondo ce l’hai fatta: da Parigi sei arrivato a Roubaix.

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