Renzi lasci il Pd, se questo è il Pd

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Non si immaginava nulla di diverso, Matteo Renzi. Sapeva benissimo che un attimo dopo le sue dimissioni sarebbe scattata la corsa alla sua successione. C’è voluto più di un attimo, alla fine. A conferma del fatto che nel Pd il coraggio non è qualità diffusa. Dopotutto, però, le voci di dissenso rispetto alla linea del capo si sono levate. Attraverso toni pacati, condite da precisazioni e distinguo, ma pur sempre cariche di disapprovazione, intrise di un retrogusto amaro: quello di una polpetta avvelenata da far mangiare all’ex leader.

Ci sono voci e voci, però. Emiliano, ad esempio, dal renzismo non è stato mai contagiato. Ha condotto la sua battaglia – perdente – a petto in fuori. E non è a lui che oggi guarda con fastidio l’ex premier. Piuttosto si meraviglia ad ascoltare le dichiarazioni della Serracchiani, che dopo aver beneficiato dell’aura di Renzi per anni, lamenta oggi assenza di collegialità. Un paradosso per il segretario del “mai più caminetti“. Ferisce ma non sorprende, invece, l’uscita di Franceschini. L’ombra famelica del ferrarese è sempre stata in agguato. Ma non solo con Renzi. Con tutti. Una vita col pugnale in mano. In tasca nei tempi d’oro, pronto a colpire quando va male.

Adesso, però, il punto è che tutte queste ferite potrebbero aprire un’emorragia. Portare il Pd a perdere la sua identità. Perché non esiste altro modo per descrivere un eventuale appoggio ai 5 stelle.

Renzi, che possiede uno spiccato istinto di sopravvivenza, ha tracciato da subito il confine. Ha capito prima degli altri che non può esserci il Pd se c’è l’abbraccio con Di Maio. Non si è illuso neanche per un attimo che i grillini – come invece sostiene Franceschini – possano essere “aiutati” a diventare una forza riformista. Piuttosto accadrebbe il contrario: il Pd diventerebbe ciò che oggi è LeU, un partito di rappresentanza, una bandiera che sventola su terra straniera.

Così le strade per Renzi sono principalmente due. Tornare in campo o lasciare “quel” campo. Fare i bagagli e traslocare altrove, fondare la “cosa renziana” che accarezza ogni volta che le mille correnti dem si mettono di traverso. Un partito personale, un contenitore che provi che vale più lui di tutti gli altri messi assieme.

E per una volta non c’è da biasimarlo. Renzi lasci il Pd, se questo è il Pd.

3 risposte a “Renzi lasci il Pd, se questo è il Pd”

  1. C’è una lotta sotterranea (mica tanto) nel PD per la leadership.
    Poi c’è uno scontro Ideologico sugli Obbiettivi del PD.
    In fine c’è un confronto personale tra Aspiranti alla Guida del PD.
    In tutti e tre i confronti l’elemento essenziale sono le due lettere PD. Cioè il Partito Democratico, l’ultimo Partito.
    Allora di chi È il PD?
    La mia risposta è: degli elettori che lo VOTANO, iscritti o no.
    Con le Primarie eleggiamo il Segretario del PD, che sarà scelto per le sue idee e per la Sua capacità di realizzarle. È ammesso un confronto tra iniziale fino al risultato delle Primarie, dopo di che, tutti si uniformarmano e sostengono il Segretario Eletto. Chi non accetta questo principio basilare e libero di andarsene, idem per i Candidati Sconfitti.
    NON ESISTE L’IPOTESI CHE A CAUSA DI UNA MINORANZA DISSIDENTE UN SECRETARIO ELETTO, LASCI LA SEGRETERIA DEL PARTITO PER FONDARE UN PARTITO RIVALE A QUELLO DI CUI È STATO ELETTO SEGRETARIO.

  2. Matteo vai via dai caminetti traditori, non farti strapazzare da persone che non valgono nemmeno un decimo di te, fai il tuo partito che siamo tanti a seguirti, il PD è diventato pesante e sono convinta che ti temono perché hanno capito che sei l’unico che può risolvere i problemi dell’Italia e loro stanno così bene in questo stanno di melma che li rappresenta. Ti prego MATTEO RENZI pensaci.

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