Il suicidio del Pd

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Di scissioni a sinistra è piena la storia, ma che la morte di un’area intera dovesse arrivare per annessione no, questo è un paradosso inaccettabile pure per il dizionario politico dei contrari.

Ma in fondo questo rappresenta l’ipotesi di un appoggio del Pd ad un governo Di Maio: un’illusione a cui non crede nessuno, il finto sacrificio per il bene del Paese che cela invece la volontà di tornare al potere prima che il popolo lo decida di nuovo, entrando nelle fauci della balena gialla. Un suicidio politico, insomma.

Ma se proprio si deve morire, meglio farlo con le proprie idee, allora. Con i propri programmi, con i propri uomini, non con quelli del nemico giurato di un’epoca, con l’opposto conclamato che dopo averti sconfitto adesso ti guarda pure strisciare, mentre implori di salire sul suo carro da vincente.

E non fosse palesemente politicamente sbagliato abbracciare il M5s, verrebbe da chiedersi quale sia la molla umana che spinge alcuni dirigenti del Pd a bussare la porta dei pentastellati, a scardinare le travi della propria casa per far posto a nuovi colori, nuovi orizzonti, tutti tombali.

Perché questo è il destino che attende il Pd: a meno che la base non urli forte come sta facendo, a meno che quel #senzadime non diventi in fretta un #senzadinoi.

Perché perdere le elezioni si può. Perdere la faccia no.

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