Giro d’Italia, pensaci tu

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Lo senti il ronzio delle biciclette, preceduto dalla carovana di macchine e moto che precedono il gruppo. Eccolo, dietro quella curva, passa proprio sotto casa tua: è arrivato il Giro d’Italia, applausi alla Maglia Rosa. Siamo italiani, tutti.

Questo è il Giro d’Italia, ancora, incredibilmente. Un momento di unità nazionale, un ricordo di un’epoca che c’è stata nel Paese, e forse a dirla tutta è svanita. Il saluto agli eroi che pedalano per ore sotto il sole e sotto la pioggia, che sfidano pure la neve, che si lanciano in discesa a 100 all’ora, che coi crampi in salita pedalano come non ci fosse un domani, tutto per non mettere un piede, quel maledetto piede a terra.

Poesia sulle strade d’Italia. Anche se per la partenza siamo in Israele. Va bene così: la scelta è pure simbolica, e se per una volta a lanciare un messaggio al mondo siamo noi italiani non c’è motivo di scandalizzarsi.

Siamo quelli di Coppi e Bartali, di Gimondi contro Saronni. Di Pantani e Cipollini. E adesso di Nibali e Aru, di chi li sconfigge gli alieni Froome e Dumoulin. Siamo sempre noi, dopotutto. Divisi sempre, incapaci di fare il nostro bene, di accordarci per un governo, ma speciali nel modo di unirci attorno ad uno dei pochi simboli che c’è rimasto.

Noi che pensiamo al Giro d’Italia con orgoglio, che quando ci dicono che è più importante il Tour de France non lo accettiamo. Noi che guardiamo le cartine delle tappe, tutti gli anni, per vedere quanto ci passerà vicino. Noi che scenderemo le scale di casa lo stesso, che un applauso al Giro non si nega, mai.

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