L’attesa del governo è essa stessa il governo

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Il vertice che precede il vertice, sempre quello decisivo, sulla carta. L’annuncio dell’annuncio: la telefonata a Mattarella, ma mica per comunicare il premier. No, semmai per dire che si è “pronti a riferire su tutto“.

Tranne su quello, però, il nome del premier.

Il nome terzo. Il terzo nome. La staffetta. Il non tecnico. Il politico che faccia da garante, ma per l’uno e per l’altro. Terzo, ma uno e trino. Senza dimenticare l’ipotesi triumvirato, Salvini e Di Maio vice: e povero chi sarà il primo, cioè il terzo.

Così aumenta l’aspettativa sulla fine della trattativa. E quasi viene da dare ragione a chi diceva che “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere“.

Perché sarà chiaro, una volta finita la luna di miele con gli italiani, che le premesse non sono all’altezza delle promesse.

Che il gioco è stato fatto al rialzo, che a furia di saltare troppo in alto alla fine si rimbalza per terra.

Che per essere bravi politici non basta vincere le elezioni, mettersi d’accordo sulla composizione del governo.

Che può andare bene una volta, ma il popolo stupido non è. Semmai fiducioso, a volte ingenuo, ma con buona memoria.

Non perdona chi lo ha illuso, chi lo ha preso in giro.

Scopriremo poi che ciò che verrà non è ciò ch’era stato promesso.

Capiremo presto che l’attesa del governo è stata essa stessa il governo.

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