Non sa, non vede e non fa: Raggi a Roma semplicemente non serve

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Forse non bastano le buone intenzioni per fare politica. Soprattutto se alla prima esperienza di governo vieni catapultata in una realtà come Roma. Ne è la prova Virginia Raggi, che nessuno mette in dubbio ce la stia mettendo tutta per cambiare la Capitale, ma la verità è che “tutta” non basta.

E per quanto siano apprezzabili la sua resistenza e la sua resilienza rispetto a quelle che da Vespa non esita a definire “ondate di fango“, per quanto il suo nervosismo sia giustificato dal fatto che il nome che le crea imbarazzo sull’inchiesta del nuovo stadio della Roma – quello di Luca Lanzalone – le sia stato proposto e imposto da Grillo, Bonafede e Fraccaro, Virginia non può comunque sottrarsi alle sue responsabilità. Politiche, si intende.

Perché se Roma non è diventata il fiore all’occhiello che il M5s auspicava non è colpa soltanto dei giornalisti. Né del fatto – come dice e forse non ha tutti i torti – che venga criticata perché donna. Se Raggi è diventato sinonimo di guai, di problemi irrisolti, di buche sempre più grandi, un po’ di colpe sono pure sue.

La vera voragine che rischia di spalancarsi sotto i suoi piedi, però, potrebbe risucchiare al suo interno tutto il M5s. Perché sarà pure vero che Raggi è sempre uscita pulita dalle varie inchieste che in questi anni hanno sferzato il Comune, ma lo è altrettanto che l’idea di un MoVimento 5 Stelle indenne dal malaffare è di fatto morta e sepolta. Il partito dei cittadini, per governare, ha bisogno di tecnici, esterni, professionisti in possesso di ciò che quelli bravi definiscono “know-how”.

E allora può capitare di incappare in una mela marcia che infetti tutti, che renda opaca l’amministrazione agli occhi di quegli elettori che chiedevano il cambiamento e si sono ritrovati le stesse grane di un tempo.

Raggi si difende, prende le distanze da Lanzalone per come può: “Ognuno risponde per sé“. Ma che il controllo lo abbia perso è evidente anche quando apprende solo da Bruno Vespa che in Campidoglio è passata la proposta di Fratelli d’Italia di dedicare una via di Roma a Giorgio Almirante con i voti decisivi dei 5 Stelle.

Sulle prime – evidentemente sorpresa – abbozza una difesa, parlando di “aula sovrana come il Parlamento“. Poi qualcuno le spiega che per il MoVimento una scelta simile equivale a dire addio alla trasversalità, ad una scelta di campo netta e irreversibile, e allora dopo la mezzanotte cambia linea, annunciando che nessuna strada sarà intitolata ad Almirante, né ad esponenti del fascismo o a persone che si siano esposte con idee antisemite o razziali.

Non ha responsabilità penali, ma politiche sì. Doveva essere l’emblema del buon governo pentastellato: ne è diventata suo malgrado il più grosso motivo d’imbarazzo. Virginia Raggi non vede, non sa e non fa. A Roma semplicemente non serve.

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