Tria conta più della Triade

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Dicono che Giovanni Tria nutra una passione nemmeno tanto nascosta per il tango. Sostengono che dietro quegli occhiali da professore universitario noioso, da uomo grigio che sa solo far di conto, si celi in realtà lo sguardo divertito di chi la sa lunga. Pure più degli altri. Raccontano di un’autostima spiccata, di una personalità che il diretto interessato ama definire “creativa”.

Dicono, sostengono, raccontano di ingerenze quotidiane di Paolo Savona, dell’uomo che del dicastero dell’Economia è stato per giorni il titolare in pectore, ma che poco scalfiscono l’imperturbabilità del vero ministro di via XX Settembre. Tanto il suo turno per parlare prima o poi arriva sempre. E allora si percepisce tutto lo scarto tra Tria e la Triade: Salvini, Di Maio e Conte. In quest’ordine gerarchico.

Ma la differenza rispetto agli attori che si prendono ogni giorno la scena, Tria la marca non solo nello stile, ma soprattutto nella sostanza. Le parole pronunciate dinanzi alle commissioni economiche riunite di Camera e Senato sono calibrate con cura, non c’è non detto che non sia voluto.

Così il mancato riferimento alla riforma della Fornero e all’introduzione della quota 100 è la conferma che il sistema pensionistico non si può toccare.  Mentre la costruzione dei due pilastri economici dei programmi di M5s e Lega, reddito di cittadinanza e flat tax, è ancora all’impalcatura iniziale. Non è un caso che Tria parli di “task force” incaricate di studiare la fattibilità dei due provvedimenti. Piuttosto è la prova che si proseguirà sulla strategia degli annunci a costo zero ancora a lungo, dal momento che di soldi per mantenere le promesse non ce ne sono.

Ma è il paradosso più paradossale di tutti, però, che proprio Tria – l’uomo forse coi piedi più saldati al terreno di tutto – venga già osservato come un intruso dai due vicepremier, da quei Salvini e Di Maio che di questo amico di Brunetta avrebbero volentieri fatto a meno; da Conte stesso, che per qualsiasi passo deve prima citofonare Tria, salvo tornare a Palazzo Chigi con la coda tra le gambe, sempre più conscio che spetterà a lui metterci la faccia quando sarà chiaro che le promesse degli uomini che lo hanno scelto come frontman silenzioso del governo sono semplicemente irrealizzabili.

Ma Tria ciò che lo attende lo ha già messo in conto, lui che i numeri li consulta da mattina a sera. Sa che alla fine se la prenderanno con lui, quando per un motivo o per un altro dovranno decidere di far saltare il governo. Si scaglieranno contro il più normale di tutti, per provare a giustificare le loro bugie. Sceglieranno di colpire l’economista che dice no alle capriole sulle finanze pubbliche, piuttosto che svelare il loro bluff .

Perché Tria, l’uomo che vale più della Triade, sa bene che un conto è essere creativi, un altro fare miracoli.

 

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