Senza Fiat…o

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Quel maglione blu, sempre e comunque. Un vezzo stilistico, un’impronta caratteriale. Un po’ come l’orologio sulla camicia di Gianni Agnelli. Tanto sempre di Fiat parliamo. Anche se oggi si chiama FCA. Cambia poco.

E fa strano, ma di Sergio Marchionne già si parla come non ci fosse più. Evidentemente la gravità delle sue condizioni di salute è tale da riservargli questo trattamento.

Di questo signore che fino al 2004 non era nessuno, poi è stato così tanto da dare fastidio a molti, da ieri si parla ovunque. Quelli che come lui li chiamano “visionari”. Hanno la capacità di andare oltre, di vedere qualcosa che sta dopo l’orizzonte.

Non è stato infallibile, ha fatto i suoi errori. Il Sergio Marchionne manager ha avuto il suo caratterino. E per questo è stato odiato, insultato, diffamato. Succede anche in queste ore. Succede anche adesso che viene dato in lotta per la vita, ma più vicino alla morte. I cretini, i cattivi e gli ignoranti non mancano mai.

“Io mi sento molte volte solo”, diceva, ma il suo esempio di uomo solo al comando era forse il migliore possibile. Un capo pieno di idee, di consigli, un industriale proiettato nel futuro ma radicato nel passato.

La dimensione della sua grandezza non la danno soltanto i numeri delle aziende che ha guidato finché ha potuto. E neanche l’autonomia che ha dimostrato da Confindustria e dai sindacati, né le scommesse che ha vinto convincendo il mercato e gli operai della bontà delle sue intuizioni.

No, forse più di tutto ce la dà il senso di smarrimento provato ieri alla notizia del precipitare delle sue condizioni. Quell’italiano apparentemente un po’ antipatico, quello che ogni tanto spuntava in tv per dire la sua, quello che ha conquistato l’America, sì, Marchionne dai, sta male. Così male che forse muore.

E ci dispiace. Perché neanche ciò ch’è stato lo mette al riparo dalle buche disseminate sulla strada della vita.

Restiamo così, senza Fiat…o.

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