Che “razza” di ministro

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L’Italia del 2018 è quella in cui una ragazza della Nazionale di atletica leggera, a Moncalieri, viene aggredita per il colore della pelle. Troppo scura per passeggiare da sola di notte e non essere una prostituta, troppo scura per rinunciare al tiro al bersaglio che a Daisy Osakue costerà forse la partecipazione agli Europei.

L’Italia del 2018, però, è la stessa in cui un cameriere senegalese viene insultato e picchiato a Partinico, con tanto di “vattene via, sporco negro“; è quella in cui in Calabria viene ucciso il bracciante Soumaila Sacko, quella in cui a Caserta due immigrati vengono sparati al grido di “Salvini, Salvini!”.

Ed è innegabile che la discriminante di queste aggressioni (solo una piccola parte di tutte quelle verificatesi in questi mesi) sia il colore della pelle delle vittime. Siamo diventati tutti razzisti? Assolutamente no. Siamo un Paese in cui la paura per il “diverso” ha di gran lunga superato il concetto di tolleranza e integrazione? Sicuramente sì.

Allora forse è giusto che chi ha costruito una carriera a colpi di attacchi xenofobi, provi oggi un po’ di vergogna. Negare l’evidenza come ha fatto Matteo Salvini, secondo cui in Italia non esiste un allarme razzismo, equivale a mentire. Proprio lui, che ha soffiato sul fuoco della paura diffusa nel Paese, lui che ha convinto milioni di persone che l’integrazione sia un concetto impossibile da perseguire, che la politica del “prima gli italiani” non si possa proprio conciliare con umanità e rispetto, oggi ha il dovere di fare qualcosa.

Restare in silenzio, adesso che è ministro dell’Interno, significa rendersi complice dei delitti che – purtroppo è chiaro – verranno compiuti nei prossimi mesi. Serve quello che solitamente si definisce un “cambio di passo”. Salvini potrà perdere qualche voto, ma ne ha così tanti che forse è arrivato il momento di pensare all’Italia, piuttosto che al proprio tornaconto.

Non si offenderà,  altrimenti, se parlando di lui si dirà: “Che ‘razza’ di ministro…

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