Il ministro del non-Lavoro

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Come se non avesse ben compreso il proprio ruolo, Luigi Di Maio continua ad interpretare il suo impiego da ministro del non-Lavoro. E non è un lapsus, una forzatura, una critica sterile figlia di pregiudizi. Basta vedere gli atti, le promesse, gli annunci di questi primi mesi di governo per rendersi conto che Di Maio sta operando in maniera tale che tempo qualche anno e il suo ministero verrà chiuso per inutilità alla causa.

In principio fu il reddito. Quello di cittadinanza, una misura assistenzialista, che avrà come unico risultato quello di spingere i furbetti di turno a trovare escamotage ogni volta diversi per prolungare il periodo di nullafacenza retribuito.

Poi arrivò il Decreto Dignità, il primo atto del governo: e se il buongiorno si vede dal mattino sarà una lunga notte. Un’accozzaglia di misure caratterizzate da una visione chiusa, arcaica, superata del mondo del lavoro, scritte apposta per penalizzare le imprese, addirittura dannose in termini di occupazione, dal momento che causeranno la perdita di 8mila posti l’anno.

E infine c’è l’ultima perla: i negozi chiusi la domenica. Una sparata prima “integrale”, poi corretta con l’aggiunta di una turnazione secondo cui il 25% dei locali resterà comunque aperta (grazie). La motivazione ufficiale del Di Maio-pensiero è che le liberalizzazioni stanno distruggendo le famiglie italiane, che la gente lavora così tanto che genitori e figli a casa neanche si vedono più. Beato lui che vede così tanto lavoro in giro.

Per salvare veramente le famiglie, forse, bisognerebbe tentare di agire sui redditi, di incentivare gli acquisti e le assunzioni, di rimettere in moto il mercato, di assicurare un futuro ai giovani e almeno un presente ai loro genitori.

Bisognerebbe aiutare il lavoro, non toglierlo del tutto.

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