Altro che pace, è guerra fiscale

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L’incoerenza di un governo messo insieme alla buona per occupare i “palazzi” del potere viene a galla sul tema della pace fiscale. Perché l’essenza di un esecutivo ribattezzato da qualcuno – e a ragione – come un “ircocervo”,  cioè una figura in cui convivono caratteri opposti e inconciliabili, emerge com’è chiaro sui temi che definiscono l’essenza di un governo.

E allora che animale politico è mai questo? Quello che chiama pace fiscale un condono? O quello che dà seguito alle urla della piazza al ritmo di “onestà, onestà”? Chi vince col Salvimaio al potere? I furbetti che non hanno mai pagato le tasse o gli artigiani e i commercianti onesti che nonostante i sacrifici non sono riusciti a far quadrare i conti? Questione di asticelle da fissare, soglie che rendono un provvedimento di “destra” o di “sinistra”, se queste categorie ancora qualcosa valgono.

Ma il dettaglio non è marginale, soprattutto per come la partita politica è stata impostata e gestita da Salvini e Di Maio, forse per la prima volta dall’inizio della legislatura protagonisti di un braccio di ferro che li vede a spingere in senso opposto l’uno rispetto all’altro. Perché chiunque deciderà di arretrare su questo tema darà di fatto l’impressione di essere succube, alternativo al proprio partner di governo. Soprattutto perché quando si parla di economia, quando si toccano le tasche degli italiani, arrivare ad un pareggio è più difficile rispetto a quel che accade sugli altri temi “etici”, che pure dividono due formazioni unite soltanto da una pericolosa vena populista.

Così sulla pace fiscale scoppia la guerra. È l’ennesimo paradosso di un governo paradossale per natura.

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