Di Maio non poteva non sapere

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Brandiva il testo del decreto fiscale, agitava lo spettro di una denuncia da presentare il giorno dopo alla Procura della Repubblica, chiamando in causa la solita “manina” (“Non so se tecnica o politica”), colpevole a suo dire di aver modificato alcune parti della “pace” diventata “condono” fiscale. Quella di Luigi Di Maio, però, resterà con ogni probabilità una sceneggiata di cui avremmo fatto volentieri a meno. Nessuna traccia della denuncia, nessun decreto arrivato al Quirinale, il solito polverone per niente. Con la novità rappresentata dal fatto che a ben vedere, per una volta, ci sono le condizioni per dare ragione a Salvini.

Perché al di là delle dichiarazioni di facciata del MoVimento 5 Stelle, che almeno a parole ha sempre giurato guerra aperta agli evasori; al di là del fatto che qualche volpe leghista possa realmente aver inserito le parti incriminate nel decreto, resta la ricostruzione del Consiglio dei ministri: e il torto è dalla parte dei pentastellati. Il premier Conte dettava gli articoli del decreto, uno per uno, e Luigi Di Maio – in assenza del sottosegretario Giorgetti – in qualità di ministro più giovane verbalizzava. Quindi le alternative sono al massimo tre: o Di Maio scriveva distrattamente, senza curarsi del contenuto di ciò veniva deciso in Cdm (grave); o era attento ma non capiva il contenuto del decreto (gravissimo); oppure si è reso conto che ciò che aveva valutato politicamente accettabile evidentemente non lo era per la base del MoVimento. Da qui la decisione di far scoppiare il caso, di evocare l’ennesimo complotto di questi primi 4 mesi di legislatura. Con la differenza che stavolta Salvini gli ha tolto la terra da sotto i piedi, mettendo a nudo o la sua incompetenza o le sue menzogne.  Perché una cosa è certa: per com’è andata Di Maio non poteva non sapere.

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