Renzi (r)esiste, ma ora lasci il Pd

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Strappa alla sinistra un suo simbolo, Francesco De Gregori, lui che di sinistra probabilmente non è mai stato e non sarà mai. E sulle dolci note di “Quelli che restano” Matteo Renzi torna a fare il Renzi. Non quello di governo, più che altro quello degli albori, il rottamatore, quello che giurava guerra a D’Alema, che prometteva la rivoluzione, che alla fine quando si mette a fare comizi è secondo a pochi, per capacità di infiammare il pubblico senza trascendere.

Per dire che la Leopolda non è il Vaffa Day, orgogliosamente non lo è. Ma è da quel palco che può nascere l’alternativa, una delle poche credibili, al governo M5s-Lega. Perché quel nome diventato inviso ai più, quel Renzi diventato negli ultimi due anni l’emblema del potere da mandare a casa ad ogni costo, è ancora oggi il detentore di milioni di voti, piaccia o no a Zingaretti, Gentiloni e a quella classe dirigente che ritiene di incarnare la sinistra ed è invece soltanto casta.

C’è solo un problema. Di orgoglio e di opportunità. Perché Renzi non recupererà mai quella sinistra che in lui ha visto da sempre il demonio. Così come difficilmente, da solo, riuscirà a sbrindellare il consenso dei populisti quanto basta per superarli. E allora serve allargare il proprio bacino di voti, guardare al centro: a quelli che una volta si chiamavano moderati, cattolici, liberali. A quelli, per essere chiari, che ancora oggi fanno riferimento a Silvio Berlusconi. Strano a dirsi, difficile a proporsi. Serve che quei due si parlino. Perché Renzi (r)esiste ancora. L’Italia con Salvini e Di Maio non so fino a quando.  Di fare gli schizzinosi e di tenere il broncio non è più tempo.

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