Venti giorni per non fare la fine della Grecia

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Non c’è simpatia per il ditino inquisitorio di Pierre Moscovici. I professori che oggi fanno la lezione all’Italia sono in parte gli stessi responsabili del sentimento anti-europeo che ha travolto il continente. Superati a destra dall’ondata populista, hanno pensato che i “barbari” non avrebbero mai potuto sfondare le barricate della civiltà. E invece è accaduto.

Resta però dalla loro la ragione dei numeri. Perché la Manovra presentata dall’Italia è semplicemente un assurdo, un gioco senza senso, uno scherzo che rischia di farci piangere tutti, a meno di un miracolo entro le Europee di maggio, di un risveglio dell’elettorato italiano in extremis, attualmente difficile da pronosticare. Ma la scadenza alla quale bisogna guardare adesso è più a breve termine: il 14 novembre, il termine ultimo per ripresentare un nuovo documento programmatico di bilancio.

Venti giorni, in cui il governo potrà decidere se continuare a fare sfoggio di muscoli (dopati) o se invece accendere il cervello. Non tanto per la procedura d’infrazione che Bruxelles potrà decidere di aprire entro qualche mese, ma soprattutto per non essere in balia dei mercati. Venti giorni per scavare, per vedere di reperire un po’ di buon senso, per rendersi conto che al primo accenno di nuova crisi, con un deficit così elevato e un debito pubblico monstre, il popolo già piegato verrebbe definitivamente spezzato, spazzato via da un’economia che a quel punto collasserebbe su sé stessa. Venti giorni, un tempo breve soltanto relativamente, per rifare i conti, per togliersi un po’ di spocchia di dosso, per non rendere l’Italia il brutto anatroccolo d’Europa, per non vivere tutti i santissimi giorni dei prossimi mesi con un occhio allo spread, sotto la spada di Damocle del giudizio delle agenzie di rating. Venti giorni, solo venti, per essere certi di non fare la fine della Grecia.

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