Era tutto scritto

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Che Marco Minniti abbia ritirato la sua candidatura a segretario del Pd non può sorprendere nessuno che abbia un po’ di conoscenza delle cose di quel partito. Un organismo elefantiaco, dominato in larga parte da correnti e interessi personali, da gruppi dirigenti interessati ad aumentare il proprio peso in direzione, ad assicurarsi i posti in lista per le prossime elezioni, a conservare la propria fetta di influenza su questo o quell’altro dirigente locale.

Il peccato originale della candidatura di Marco Minniti è stata la sua stessa candidatura. Non avrebbe dovuto candidarsi. A meno che non fosse stato intimamente convinto di potersi giocare la partita con le proprie forze. Essere il candidato di Renzi senza voler apparire come il candidato di Renzi ha il suo prezzo politico: significa che non tutti i cosiddetti “renziani” si sentono obbligati a rispettare un vincolo che cessa di esistere nel momento in cui il leader è presente ma non completamente.

E qui arriviamo all’altra questione. Renzi sta impiegando troppo tempo a prendere una decisione che è chiara almeno dal 4 marzo. Ma a dirla tutta da qualche anno. Il Pd non è il suo posto. Voleva tornare a guidarlo per prendersi un’ennesima rivincita? Avrebbe dovuto candidarsi nuovamente alla segreteria. E probabilmente avrebbe vinto di nuovo.

Ma se è evidente che una scelta del genere non sarebbe stata possibile dopo la debacle del 4 marzo, allora lo è pure che Renzi avrebbe dovuto lanciare mesi fa, al più tardi alla Leopolda, il suo nuovo partito. Chiariamoci: il partito di Renzi, non un partito di centrosinistra.

Così facendo non avrebbe consentito ai suoi avversari di additarlo come quello che abbandona Minniti al suo destino. E Minniti stesso non si sarebbe esposto a quello che resta un passo indietro umiliante per la sua carriera. Ma prima di tutto per gli elettori Pd.

Era tutto scritto.

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