May-Day

 

Da qui a poche ore sapremo se sulla Brexit gli inglesi negli ultimi anni hanno scherzato. Intorno alle 22 dovrebbero arrivare i risultati della votazione sulla mozione di sfiducia presentata dai Conservatori nei confronti di Theresa May. Una sconfitta del primo ministro britannico significherebbe che tutto ciò che è stato accordato finora con l’Ue è carta straccia. A siglare l’intesa è stata Theresa May e un voto di sfiducia da parte del suo stesso partito vorrebbe dire che i termini di quell’intesa non sono più validi.

Allora ecco che potrebbe tornare d’attualità, entro il 29 marzo 2019, l’ipotesi di un secondo referendum. Invocato, paventato, ventilato dagli europeisti più convinti fin dal giorno dopo la sconfitta nel giugno del 2016. Un nuovo, ipotetico, leader dei Tories potrebbe decidere di chiedere ai britannici di esprimersi sui termini di un’intesa con Bruxelles che ad oggi soddisfa più l’Ue che il Regno Unito. E di fronte alla prospettiva di perdere l’8% del Pil nel giro di un anno, davanti ad una disoccupazione che raddoppierebbe pericolosamente, ad una svalutazione della sterlina del 25% (stime della Banca d’Inghilterra), ecco che i Conservatori potrebbero indire un nuovo referendum e dire: “Signori, siete proprio sicuri di non voler restare in Europa? Ma sicuri sicuri?”.

Prima, però, bisogna mandare a casa Theresa May.

Ecco, Mayday. In guerra si usa per invocare un aiuto urgente. Ma il May Day di oggi è l’ultima chiamata per evitare la Brexit.

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