Ma non era “fuori i partiti dalla Rai”?

Si parta dal presupposto che un direttore di rete ha tutte le facoltà di dare al canale che presiede il volto che ritiene più opportuno. E in questo senso Carlo Freccero non è diverso dai suoi predecessori. Ma la Rai versione sovranista e populista disegnata dall’uomo che confessa da tempo simpatie grillo-leghiste non può passare sotto silenzio. Non se a delinearne i nuovi contorni sono gli stessi che parlavano di servizio pubblico. Dove pubblico significa aperto a tutti. Eh, appunto.

Ma il punto è che la televisione è pur sempre la televisione. Ad un certo punto gli occhi dallo smartphone li stacchi, la vecchia amica la trovi lì, accesa più o meno sempre, anche se non la guardi, purché l’ascolti, presenza fissa, rassicurante, in attesa perenne davanti al divano, esempio di fedeltà senza data di scadenza (si spera).

E allora ecco, lo capite, adesso, l’affanno e la ressa sulle nomine dei direttori, dei telegiornali, del presidente Rai? Il tanto bistrattato servizio pubblico è ancora una fabbrica di idee, contenuti, consensi, difficilmente sostituibile. E così Freccero plasma dichiaratamente Rai Due ad immagine e somiglianza del consenso del momento, ne asseconda gli istinti, toglie dalla Rai la parola “servizio”, lascia solo il “pubblico” (forse).

Parla di una rete al servizio dell’informazione. Bisognerà adesso capire quale. Perché se è quella delle fake news veicolate da M5s e Lega in questi anni allora c’è e ci sarà da preoccuparsi. Nel frattempo, però, un quesito sorge spontaneo. Sarebbe bello sapere che fine hanno fatto quelli che urlavano: “Fuori i partiti dalla Rai”.

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