Fair play

Saper perdere, riuscire a non partecipare, pur sapendo di essere il migliore, almeno da quelle parti. Salire in sella ad una vespa azzurra, andare a votare, anche quando la prospettiva è quella di ritrovarsi in un partito rosso, che più rosso non si può. Matteo Renzi e una lezione di stile, l’ennesima, ad un partito che in questi anni non ha mostrato nei suoi confronti lo stesso garbo.

Ci vuole una buona dose di coraggio per non giocare, una sana iniezione di self-control per non reagire, quando tutti intorno provano ad ignorarti, quando sai perfettamente che buttandoti nella mischia avresti probabilmente di nuovo vinto: a meno di ammucchiate ignobili e alleanze-contro, a meno che il Pd non avesse fatto il Pd, insomma.

Dal dopo 4 marzo Matteo Renzi ha fatto però un errore. Non ha trovato il coraggio e i tempi giusti per imboccarla realmente “un’altra strada”. Per riunire un popolo che non è quello del Partito Democratico, ma il suo; per mettere insieme la gente che oggi voterà Giachetti, pensando a lui; per provare a liberarsi una volta per tutte dalle catene della ditta.

Il Pd non è casa sua. Forse non lo è mai stata. Ma oggi, intanto, ha mostrato di rispettarla più di tanti altri cosiddetti padri “nobili”. Nessuna guerriglia, nessun fallo di reazione. Si chiama fair play. E non era scontato. Non era per niente dovuto.

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