Lettera a Manuel Bortuzzo

Ha un sorriso che puoi definire con una parola sola: buono. Il volto pulito, un cervello svelto, il corpo di un campione e gli occhi di un ragazzo. Manuel Bortuzzo è questo concentrato di qualità che un proiettile vigliacco non ha saputo azzerare.

Tornato al polo natatorio di Ostia, nel posto in cui per anni ha coltivato un grande sogno, ha chiesto di andare nella sua vecchia stanza. Forse ha voluto tastare il cambiamento di prospettiva, saggiare l’effetto che fà, guardare il “suo” mondo, ma visto da un’altra altezza.

I luoghi familiari, quelli di una vita, sono rimasti immutati, sempre gli stessi. Solo non ci si tuffa sul letto più, non si accavallano le gambe mentre si chatta su Whatsapp, non si cammina avanti e indietro nel corso di una telefonata interminabile con la fidanzata. La vita dalla carrozzina è un mondo piatto, rallentato, pieno di confini.

Ma se sei Manuel Bortuzzo vedi l’ostacolo come la sfida, interpreti la fatica come la cura. Se ti chiami Manuel Bortuzzo 19 anni li hai solo secondo l’anagrafe. Perché parli con la maturità di un uomo che ha vissuto mille vite, con l’educazione che solo una famiglia straordinaria può averti impartito, col coraggio di un temerario che nella tragedia ha consolato per prima la madre.

E non covi vendetta, semmai rivalsa. Perché non serve a niente, questa rabbia contro tutto e tutti, anche se potresti averne da vendere. Solo pensi a tornare quello di prima, anzi, più forte: “Come mi vedo tra 10 anni? In piedi”.

Se incontrasse chi gli ha sparato, Manuel, gli riderebbe in faccia. Li seppellirebbe così, con la forza della dignità e della sua onestà. Lezione da imparare e tramandare, anche da molti politici. Soprattutto da quelli che lucrano sul rancore.

Ora pensa alle Olimpiadi. Non da illuso, ma da sognatore. Perché il confine è spesso labile, quasi impercettibile. Sfida la scienza, batti la fisica, credi nel cuore. Sei l’Italia migliore.

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