Il bambino che ha urlato “papà”

Io non lo so che cosa si prova a trovarsi la morte in faccia, a scoprire che l’autista dello scuolabus, quello che aspetta pazientemente mentre ti diverti con gli amici in gita, si trasforma d’un tratto in un orco. Io non lo so che cosa si sente coi polsi legati, se trovarsi a sfregare le braccia per liberarti dai lacci è così facile come si vede nei film. Né so immaginare quali parole avrei scelto per una telefonata disperata a 12 anni, pensando che sarebbe stata l’ultima.

Non lo so quanti interminabili secondi sarebbero passati, prima che i miei genitori capissero che non era uno scherzo, che purtroppo era tutto vero, che la morte era lì da venire, per un pazzo che ha scelto il mio pullman e il mio giorno d’uscita da scuola per fare una strage.

Io non lo so che cosa è stato più brutto. Se scansarsi di corsa dalla strada mentre il pullman speronava le macchine dei carabinieri. Oppure restare all’interno, tra gli ultimi a uscire, mentre l’aria diventa più calda e le fiamme si fanno vicine.

Non lo so se è stata peggiore l’attesa, la paura che nessuno venisse. O che lo facesse in ritardo. Non lo immagino com’è stato vedere i professori impotenti, così insolitamente insicuri, pure loro sbiancati nel tentativo di pensare a noialtri, di placare la furia di un grande che dei loro ordini se ne frega.

Non lo conosco il terrore intenso, l’istinto primitivo che ha spinto un bambino ad urlare correndo un lungo, disperato e infinito “Papà!!!”. E non lo so se alla fine della sua corsa ha trovato le braccia del padre. Se gli è bastato vederlo per sentirsi di nuovo sicuro.

So che qualcuno, però, di questo giorno da incubo dovrà rispondere. So che i pazzi vanno fermati. Sempre. Da Traini al senegalese Sy. Ma so pure che è folle, molto più folle di un mostro d’autista, continuare a soffiare sull’odio. Perché prima o poi il vento gira, cambia direzione, rischiando di travolgere tutto. Pure noi.

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