L’incubo libico di Salvini

C’è incubo e incubo, sia chiaro. C’è quello di migliaia di persone che hanno dovuto lasciare la propria casa da un giorno all’altro, per niente certi di vedere il sole sorgere domani. E poi c’è quello di Salvini, che teme di essere vittima delle sue stesse bugie, che ha paura (tanta) di perdere voti a ridosso delle Europee proprio sul suo cavallo di battaglia: l’immigrazione. Questione di prospettive, di fortune per niente affini, di diversi destini.

Il punto è uno: i porti sono aperti, mai stati veramente chiusi. Ma nel momento in cui in Libia dovesse ufficialmente scoppiare una guerra su larga scala fra le truppe di Sarraj e quelle di Haftar ecco che i porti italiani diventerebbero non aperti, spalancati. Salvini in questi giorni sta ripetendo che non cambierà nulla nelle strategie dell’Italia in caso di un conflitto in Libia: “Porti chiusi“. Nel migliore dei casi mente, com’è successo in passato e sarà in futuro. Nel peggiore non ha cognizione di ciò che sta accadendo a poche miglia marine dalle nostre coste. La differenza rispetto al passato è che stavolta rischia di andare a sbattere contro un muro: il suo.

Che Tripoli potesse essere considerato un porto sicuro era una tragica barzelletta ieri, lo sarà in maniera ancora più evidente domani. Non è campato in aria pensare che nelle prossime ore la Libia si trovi costretta a rinunciare alla propria zona SAR, l’area di competenza in cui ogni Paese è obbligato a prestare soccorso. Questo significa che potrebbe toccare nuovamente all’Italia, coadiuvata al massimo da Malta, incaricarsi dell’accoglienza dei migranti.

Tante volte abbiamo ascoltato Matteo Salvini dire che chi scappa dalla guerra è ben accetto in Italia. Ecco, dalla Libia potrebbero presto esserci migliaia di persone che scappano dalla guerra. Come la mettiamo? Soltanto seimila, secondo il dossier degli 007 consegnato al governo, sono detenuti all’interno delle prigioni-lager. Molte altre migliaia sono decise a lasciare l’inferno che da 8 lunghi anni sono costretti a vivere: l’Italia rappresenta per posizione geografica il primo approdo utile verso la salvezza.

Per la prima volta da anni siamo realmente esposti al rischio di un’invasione, per usare un termine apprezzato e abusato da Salvini. E questa volta non basterà twittare #portichiusi. Non si tratterà di giocare sulla pelle di 49 disperati. Per fronteggiare l’emergenza, quella vera, si dovrà mettere in campo una strategia comune. Bisognerà stringere alleanze e intese per alleggerire il carico dell’accoglienza. Con chi? Sì, con quelli che Lega e 5 Stelle hanno attaccato in tutti questi mesi. L’alternativa? Chiedere aiuto ai Paesi amici di Salvini. Sapendo però che, da provetti sovranisti, loro migranti non ne vogliono. Nemmeno se lo chiede Matteo.

Una cosa è certa: non bisogna sperare in una guerra in Libia, nemmeno se questa, è chiaro, metterebbe a nudo le carenze strategiche delle politiche di Salvini e soci. Sarebbe una deriva disumana, un gioco sulla pelle di poveri innocenti. Questo lasciamolo al governo. Almeno potremo guardarci allo specchio. Noi.

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