Un passo indietro per dignità

C’è sempre una sorta di esasperante incertezza nel valutare le parole e i comportamenti di Giuseppe Conte. Dettata da quel dubbio di fondo che spesso riemerge: se sia esclusivamente vittima o sotto sotto complice degli altri due. Se sia il burattino di Salvini e Di Maio o se invece non trami nell’ombra per tagliare i fili di quella marionetta che ha le sue sembianze e provare (chissà) a camminare da solo.

Riscuote umana solidarietà il suo tentativo di frapporre tra sé e i vicepremier una distanza di forma, quella che è propria del professionista, l’avvocato, rispetto a due politicanti di professione. E sebbene nel suo linguaggio arzigogolato, tecnicista, istituzionale, si perda spesso l’immediatezza del messaggio, è chiaro che Giuseppe Conte è un premier migliore di quanto avrebbe potuto essere Luigi Di Maio e forse sarà Matteo Salvini.

Ma resta questa l’unica concessione che è possibile fargli: riconoscergli il ruolo di migliore tra i peggiori. Non fosse altro per il fatto di aver accettato di farsi carico delle bugie altrui. Stop.

Perché poi nella sostanza della sua azione, nei tentativi di imporre la propria linea politica (se una linea politica esiste) Conte non riesce a dar seguito alle buone intenzioni, sconta il peccato originale di essere un nominato, un notaio, più che un avvocato. Cosa ne è stato, per esempio, dell’ultimatum di inizio giugno con cui Conte chiedeva a Lega e MoVimento 5 Stelle se avessero realmente voglia di proseguire nell’azione di governo? Chi sa che fine ha fatto il moto: “Sobri nelle parole e operosi nelle azioni“? E chi può dirci dove sono naufragati i buoni propositi incarnati da quel “non mi presterò a vivacchiare per prolungare la mia presenza a palazzo Chigi” pronunciato in un discorso alla nazione di cui oggi quasi nessuno ha ricordo?

La sensazione è che nel valzer disordinato di questi mesi di governo, una gestione ondivaga e incerta abbia portato Conte a subire un mutamento della sua missione: da avvocato del popolo italiano a parafulmine di Salvini e Di Maio. Non una bella parabola per chi si definisce un indipendente al servizio dello Stato.

Sta a lui, adesso più che mai, dare la dimensione della sua esperienza politica. Rimettere il mandato, inchiodando le forze di governo alla propria incoerenza, ad una sterile litigiosità, alle contraddizioni di una maggioranza che ha perso di vista l’interesse generale: questo sarebbe il primo vero atto politico di livello da quando Giuseppe Conte è diventato premier. Un passo indietro per dignità. Come prova inconfutabile che lui, rispetto a quegli altri, è realmente diverso. E in quanto tale meritevole di stima.

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