L’ultima curva di Luigi Di Maio

In politica come nella vita si può perdere. Luigi Di Maio deve averlo capito. Dalla notte del 4 marzo non fa altro: nel giro di pochi mesi ha visto dimezzare i voti del MoVimento, diminuire il suo potere contrattuale nel governo, crollare i suoi indici di gradimento, affondare la sua credibilità. Eppure, forse, ha ancora qualcosa da perdere.

Mentre Matteo Salvini continua nella sua opera di trasformazione progressiva della politica in fiction. In attesa di capire se dopo Sabaudia sarà un’altra la tappa – o se preferite la puntata – giusta per conoscere il finale della storia, sta proprio a Luigi Di Maio scegliere la propria, di fine.

Perché è chiaro che per l’attuale politico grillino una parte di futuro sia stata scritta, è evidente a tutti – forse a lui per primo – che il suo giro di giostra si avvia alla conclusione, che salire sul ponte di comando senza aver fatto nemmeno il mozzo sia stato un salto troppo grosso.

Di Maio, lo stesso che nei giorni precedenti alla nascita del governo Conte si era impuntato sulla sua nomina a premier, non salirà mai a Palazzo Chigi da presidente del Consiglio come invece aveva sperato. Per uno strano caso della vita, forse, questo onore toccherà all’altro, quello più rozzo, più truce, quello che riempie i suoi comizi non di chissà quali proposte programmatiche, ma di frasi riferite egoriferite. Come ieri, quando da Sabaudia parlava di se stesso come “omo de panza, omo de sostanza”. Vette altissime.

E se è chiaro che un MoVimento 5 Stelle che si piegasse alle richieste di rimpasto di Salvini – che pure pubblicamente nega questi giochini da Prima Repubblica – ne uscirebbe agonizzante, lo è pure che Luigi Di Maio sarà il primo ad essere impallinato una volta conclusa l’esperienza dell’autoproclamato “governo del cambiamento”. Sarà Di Battista? Sarà Fico? E’ una Morra che fa poca differenza.

C’è però un’ultima curva, prima dell’arrivo. E non c’è bisogno di essere Ayrton Senna o Michael Schumacher per sapere come affrontarla, per capire che prima del rettilineo, della bandiera a scacchi, si può scegliere di alzare il piede dall’acceleratore. Questo per Luigi Di Maio vorrebbe dire indignarsi, denunciare il ricatto di Salvini, non cedere alla tentazione di ingoiare l’ennesimo rospo nella speranza di non perdere tutto, nell’illusione che il tempo restituisca le occasioni andate. Significherebbe stringersi la mano, dopotutto, guardarsi allo specchio e vedere se come si è detto per anni si è poi così diversi da tutti gli altri.

Non cambierà il risultato. Sarà comunque l’ultima curva. La corsa è finita. Ma tra salvare la poltrona e salvare la faccia c’è tutta la differenza del mondo.

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