La fine di Salvini. L’inizio di Conte

Qui nessuno si illude. Né canta vittoria. Perché conti alla mano c’è poco da festeggiare. Ma nella crisi di governo più teatrale e sguaiata che l’Italia ricordi, nelle smorfie sboccate di un truce che ha perso la brocca, la poltrona e la faccia, ci sono gli albori di una “buona novella”. E non serve scomodare il Vangelo. Quello lo facciano altri. Non c’è bisogno. Perché basta meno, molto meno, a percepire una fine. Ad annusare un inizio.

Salvini parte sorridente, ostenta compostezza, guida le reazioni dei suoi come un direttore d’orchestra. Finisce irritato, irretito, fuori di sé al pensiero di aver giocato e perso la partita più importante di una vita. Ha l’andazzo del pugile suonato, ripete gli stessi concetti, con le stesse parole, i medesimi accenti, più volte, in Aula e in tv. Non spiazza, semmai – all’opposto – sorprende per poca fantasia. Tutti ad aspettare il colpo ad effetto, il coniglio dal cilindro, ma la sola cosa che Matteo produce è la negazione di se stesso nel giro di un paio d’ore. Prima esordisce con: “Rifarei tutto quello che ho fatto“. Poi alla disperata ritira la mozione di sfiducia a Conte. Ed è lì che umilia se stesso, è lì che viene sconfitto, è lì che imbocca la strada che porta al declino. Giù la maschera, scoperte le carte: Salvini non ha il punto, ha bluffato. Vedo, ha detto Conte: “Tu non hai il coraggio. Ci penso io, vado dal Presidente della Repubblica“.

Ed è il premier diventato tale quando già scorrevano i titoli di coda, che più di ogni altro si afferma come vero protagonista, vincitore di giornata. Dignitoso, meno burocratese del solito, più politico di sempre, Giuseppe Conte si è preparato un bel discorso. Nel processo a reti unificate per scoprire il killer del governo lui, per una volta, una almeno, veste realmente i panni di “avvocato del popolo” piuttosto che quelli di Azzeccagarbugli. E dà voce al disgusto diffuso di questi mesi, allo sconcerto provato nel vedere umiliate le istituzioni, profanati i simboli religiosi, offesa l’onestà intellettuale. Con Di Maio accanto, che lo guarda neanche fosse un figlio orgoglioso del padre, Conte d’un tratto fà suo il MoVimento e a sorpresa si candida al ruolo di anti-Salvini. Lo fa con il garbo di un professore colto, con il piglio di un uomo ferito.

Quanto durerà non è dato sapere. Se l’indignazione lascerà il posto all’abitudine, se il coraggio verrà sgomberato dalla tentazione al poltronismo, non sappiamo dire. Così come pure rimane la domanda su dove sia stato finora, sul perché non abbia agito prima, sui motivi che gli hanno impedito di arginare la deriva salvinista.

Un anno e alcuni mesi di disastri non si dimenticano, non si cancellano. Neanche con un discorso da applausi, nemmeno con un viso da uomo onesto. Ma resta l’idea di fondo, l’impressione generale, il sentimento comune. Che la fine del suo governo sia anche la fine di Salvini. E per lui il segno di un nuovo inizio.

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