O Capitano, mai mio capitano, ora il viaggio è finito

O Capitano, mio Capitano, il nostro viaggio tremendo è finito“.

Comincia così la splendida poesia di Walt Whitman, resa celebre dal film “L’attimo fuggente“, con Robin Williams nei panni del professor Keating, l’insegnante di letteratura che ognuno di noi ha sognato di incontrare almeno una volta nella vita.

Saremmo saliti su quel banco pure noi per dichiarargli fedeltà, ne avessimo avuto l’occasione. E l’avremmo fatta rivivere di certo, la “Setta dei poeti estinti“.

Capitano“, voleva essere chiamato il professor Keating del film che abbiamo amato. Così come “Capitano” è il soprannome che Matteo Salvini si è dato. Ma le similitudini finiscono qui. Perché non c’è carisma lontanamente paragonabile, poesia degna d’esser definita tale nel viaggio intrapreso dal leader della Lega nel mare agitato della politica.

Anzi, il dubbio che abbia visto questo film senza prestarvi la dovuta attenzione, fraintendendolo, mal interpretandolo, è più vivo che mai.

Pensate al professor Keating che spinge i suoi allievi ad osservare le foto dei ragazzi che li hanno preceduti in quelle stesse aule, in quegli stessi banchi, molti anni prima. Un tempo forti, vigorosi, invincibili, ma divenuti ormai “freddi“, morti forse senza aver realizzato neanche uno dei loro sogni. E ritornate con la mente ai versi di Orazio:

O vergine, cogli l’attimo che fugge,
Cogli la rosa quand’è il momento,
Ché il tempo, lo sai, vola:
E lo stesso fiore che sboccia oggi,
Domani appassirà.

Cogli l’attimo, “carpe diem”, dev’essersi detto Matteo Salvini meno di un mese or sono. Dopo aver chiamato in causa un’altra Vergine e il suo Cuore Immacolato, ha creduto che fosse arrivato il momento di capitalizzare il suo consenso, ha pensato che il suo tempo fosse giunto. Qualcuno potrebbe azzardare: cosa c’è di male, di sbagliato, rispetto all’insegnamento del professor Keating? Cosa di frainteso nei versi d’Orazio?

C’è il fine, l’orizzonte, il senso di un’esperienza.

Walt Whitman pensò “O Captain! My Captain!” per Abramo Lincoln, sull’onda emotiva del dolore provato per il suo assassinio. Lincoln, appunto. Uno statista contro un politico senza statura. Un cattivista che ha frainteso pure il senso di questi versi:

O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è terminato;
la nave ha superato ogni ostacolo, l’ambìto premio è conquistato;
vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta

Salvini ha fatto del porto il simbolo non dell’accoglienza, ma della chiusura. Ha fatto della nave una prigione per disperati, del popolo festoso una massa rancorosa.

Fiorella Mannoia canta:

O Capitano Mio Capitano
Anche se il viaggio è finito
Sento ancora tempesta annunciare
“.

Succede sempre così, quando sul ponte di comando sale un tracotante, un egoista, un arrivista. Bisognerebbe aver letto qualche poesia per distinguere le proprie pulsioni dalle vere emozioni.

Per questo, “o Capitano, mai mio capitano, ora il viaggio è finito“.

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