Appello alle cancellerie internazionali: non prendete Di Maio sul serio

Forse è colpa delle stanze dei bottoni, del sortilegio provocato dall’assidua frequentazione del “Palazzo”. E magari è anche comprensibile, che vada a finire sempre così, quando si tratta di Luigi Di Maio.

La prima volta al governo ha voluto fare le cose in grande: oltre al ruolo di vicepremier ha chiesto per sé due ministeri, quello del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico. I dati dicono che la sua esperienza non è stata “bellissima” (cit. Giuseppe Conte). Ma vabbè, la prima volta ci sta di sbagliare, di smaniare e di strafare.

Se però la seconda volta, 14 mesi dopo, dimostri di non aver capito niente dalla lezione che ti è stata impartita da quella cosa che ogni tanto bussa alla porta e si chiama “realtà”, allora la questione è grave. Se insisti per avere di nuovo il ruolo di vicepremier, se richiedi incarichi, ruoli, posizioni come fossi impegnato a trattare nel suk di un vicolo del Cairo, se guardi al Viminale come all’occasione per sfregiare Salvini piuttosto che ad un’istituzione da de-politicizzare, se sconfitto, umiliato dallo stesso fondatore del tuo partito, pretendi come “indennizzo” la Farnesina, allora significa che con l’uomo che voleva per sé “pieni poteri” – e ora ha pieno solo il pugno (di mosche) – hai più di qualcosa in comune.

Cosa? Per esempio un’autostima esagerata, una cognizione di te stesso che non trova riscontro nei fatti, una presunzione preoccupante che non porta a domandarti se per caso, per purissimo caso, forse, magari, chissà, non sarebbe stato meglio lasciare il ministero degli Esteri a qualcuno un filo più preparato. Non per forza un tecnico, attenzione, che di recente abbiamo avuto prova che essere ottimi diplomatici non significa di conseguenza essere bravi politici: si veda il caso di Moavero Milanesi, di cui oggi ricordiamo più semplicemente il cognome anziché l’operato (ed è tutto dire).

Ma almeno qualcuno che conosca un po’ di storia, che sappia collocare Pinochet in Cile anziché in Venezuela. Qualcuno in possesso di un paio di nozioni di geopolitica, in grado di capire che la firma del memorandum d’intesa con la Cina è stato uno sgarbo agli Usa parecchio grave, e se questo è chiedere troppo, almeno, qualcuno capace di ricordarsi il nome del presidente cinese, che per inciso non è “Ping” (pong).

Ma se pensate che il problema sia solo quando ci si allontana troppo, che con un po’ di tempo Luigi allargherà i confini delle sue conoscenze, vi sbagliate: pure in Europa, Di Maio, ne ha combinate parecchie. L’ultima è l’appoggio alla frangia violenta e facinorosa dei gilet gialli in Francia, ma in passato abbiamo annotato posizioni “no Euro” e “no Europa” (ad esempio pro-Farage) che non sono il migliore biglietto da visita per chi dovrà aiutare l’Italia a riprendersi il posto che le spetta nel mondo, ma ancor prima nel Vecchio Continente.

Da qui un appello a tutela dell’Italia, che può suonare sarcastico (ma credetemi, non lo è), rivolto a tutte le cancellerie internazionali, a tutte le nazioni del mondo: non dategli ascolto, non prendetelo troppo sul serio. Luigi è fatto così, a volte le spara grosse, ma poi ci ripensa. Non è cattivo, è solo Di Maio.

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