Il Conte-bis comincia male

Giuseppe Conte è caduto nella trappola più pericolosa per ogni premier che si appresti a chiedere la fiducia alle Camere: quella di rendersi protagonista di un elenco di proposte più simile ad un libro dei sogni che ad una serie di credibili obiettivi programmatici.

Nella sicumera ereditata dalla crisi, evidente al punto che anche il presidente della Camera, Roberto Fico, è costretto a ricordargli che spetta a lui – e a lui soltanto – richiamare i deputati che disturbano il suo intervento (a dire il vero in maniera a tratti indecorosa per il Parlamento), Conte sciorina una serie di ovvietà a cui manca forse soltanto la speranza della pace nel mondo per potersi dire veramente completo.

Parla in sequenza di “nuova e risolutiva stagione riformatrice“, di “crescita e sviluppo sostenibile” da perseguire in sede di sessione di Bilancio (sì, ma come?). Non rinuncia alla sua predisposizione verso gli orpelli dialettici, quando si riferisce ad un governo che – a suo dire – si caratterizzerà per elementi di “forte novità” in fatto di “impostazione“, “impianto progettuale“, inversione degli “indirizzi meno efficaci” e “sforzo di affrontare con rapidità situazioni critiche“. Insomma, il nulla ma detto bene.

Non potevano mancare nell’ordine la promessa di “ampliare la partecipazione alla vita lavorativa soprattutto tra i giovani del Mezzogiorno“. Così come trovano spazio vecchi ritornelli su “contrasto al precariato“, “abbattimento del divario Nord-Sud” e “contrasto del dissesto idro-geologico“, “ricostruzione aree terremotate“. Tutto già sentito.

Il festival della banalità vede il suo compimento quando Conte esige che “tutti devono pagare le tasse, ma proprio tutti“. Ma è un peccato che su nessuno di questi temi, a partire dalla necessità di “evitare l’aumento dell’Iva” e di “avviare un alleggerimento del cuneo fiscale“, fino alla promessa di “azzerare le rette degli asili nido come primo provvedimento” (bene) non sia stata spesa una parola che sia una su come si intende farlo e su dove si vogliono trovare le risorse per farlo.

Il meglio del suo repertorio, Conte, lo fornisce ancora una volta nell’opporre il suo stile a quello di Salvini (ti piace vincere facile, Giuseppi). Nel “solenne impegno” a “curare le parole, adoperare un lessico più consono e più rispettoso delle persone, della diversità delle idee“, nella rivendicazione di una lingua del governo “mite“, nonché di un “metodo di condotta politica” caratterizzato da “equilibrio e misura, sobrietà e rigore” e di un “uso responsabile dei social network“, c’è il meglio di un discorso non entusiasmante, in linea col Conte pre-crisi.

Nella promessa “revisione” della concessioni autostradali “senza nessuno sconto per interessi privati“, così come nella volontà di mantenere intatti i decreti sicurezza, da integrare con le “osservazioni formulate da Mattarella“, si annida un pericoloso equivoco: la sintesi di posizioni diverse, spesso opposte, che rischia di sfociare in un “maanchismo” dannoso per il Paese.

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