La lezione di sovranismo di Mario Draghi

In un’epoca di falsi sovranismi, di sterili isolazionismi, di pericolosi nazionalismi, Mario Draghi dà una lezione di politica ad alcuni dei nostri leader, o presunti tali, che resterà nella storia.

Il più “tecnico” in assoluto, quello più ontologicamente parte del cattivo establishment, il numero uno dei banchieri della vecchia e bistrattata Europa, dal “fortino” della sua Eurotower ha imbracciato il “bazooka” e ne ha fatto esplodere un colpo destinato a dare all’Italia, più che ad altri Paesi, la possibilità di scrivere pagine importanti del proprio futuro. Ad un patto: quello di saper almeno impugnare la penna.

“Mario l’italiano”, come viene apostrofato con quella punta di snobismo dagli altri governatori europei, che con lui hanno ingaggiato ieri una lotta come non si vedeva da tempo all’interno del board Bce, ha accettato il braccio di ferro. E lo ha vinto.

Ha deciso di rimestare nella cassetta degli attrezzi a sua disposizione lasciando un’eredità pesante, ingombrante, per la sua erede, la francese Lagarde, tracciando un solco dal quale sarà complicato uscire fuori prima di qualche anno. La sua “legacy”, per dirla come gli americani, è la seguente: l’economia, oggi più che mai, ha bisogno di stimoli.

Ecco allora il Quantitative easing, che con il suo programma di acquisti di titoli di stato terrà lo spread basso e al riparo da eventuali fibrillazioni; e beccatevi il taglio dei tassi sui depositi, che porterà le banche a prestare più soldi e a finanziare una maggiore liquidità per famiglie e imprese. Le stesse imprese che all’estero saranno anche favorite negli scambi da un euro debole.

Misure forti, potenzialmente rivoluzionarie, a conferma che le banche centrali sono gli unici veri soggetti in grado di cambiare le carte in tavola, e forse anche il corso della storia. L’Europa ha (per ora) un fuoriclasse di nome Mario Draghi. Gli Stati Uniti hanno Jerome Powell, e provate a chiedere a Donald Trump qual è il suo parere sul numero uno della Federal Reserve (peraltro da lui nominato).

Draghi ha vinto una partita politica non scontata: lo ha fatto contro il tedesco Jens Weidmann, il governatore della Bundesbank che per una vita ha sognato la sua poltrona. Ma anche contro la Francia, che si è schierata accanto ai tedeschi nel convincimento che non fosse più tempo di varare una politica ultra-espansiva come quella pensata dal nostro connazionale. Aveva contro l’Olanda, l’Austria, l’Estonia: cosa pensate abbia fatto Mario Draghi?

Credete che abbia preso il telefono e iniziato a girare una diretta Facebook? Pensate che abbia twittato contro i poteri forti? Lo immaginate in una trasmissione televisiva mentre attacca i burocrati di Bruxelles e le regole europee? No. Neanche per sogno. Pur nel momento di maggior debolezza del suo mandato, giunto ormai a conclusione, Mario Draghi, il tecnico, ha usato la politica. Ha convinto la maggioranza dei governatori degli altri Paesi europei a passare dalla sua parte, gli ha illustrato la saggezza (e quel pizzico di follia) delle sue scelte, li ha spinti a votare perché premessero insieme a lui il grilletto del bazooka. Così ha vinto Draghi, e con lui l’Italia. Ecco il sovranismo che vogliamo: l’unico veramente utile al Paese. Bella lezione, Mario.

4 risposte a “La lezione di sovranismo di Mario Draghi”

  1. Un articolo chiaro, divulgativo ma non banale , per un argomento estremamente complesso. Spiegare delle scelte economico-politiche di Draghi, che pur lasciando il suo ruolo ha tracciato un orizzonte strategico di grande respiro , non è cosa da poco ed ha un’utilità notevole. Grazie

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