DeSalvinizzate Di Maio

Come quando si sta a lungo insieme ad una persona, arriva un punto in cui se ne copiano inconsapevolmente i vezzi, i modi di fare, le espressioni. Può persino succedere, a volte, che a mutare sia l’inclinazione della voce, il modo di pensare. E di pensarsi. Così si spiega l’ultima svolta, o se preferite “giravolta”, di Luigi Di Maio.

Perché si è a lungo ironizzato, nei 14 mesi del primo governo Conte, sul rapporto “sentimentale” tra il capo politico M5s e Matteo Salvini. E a maggior ragione lo si è fatto quando nella fase finale della loro “storia” sono volati gli stracci, oltre ai silenzi su Whatsapp. E sguardi pesanti, e non-detti carichi di risentimento. Ma ciò che emerge oggi, a poche ore dal post in cui Luigi Di Maio fa un ultimatum al neonato governo – pur precisando che il suo non è un ultimatum – è il segno più evidente di quanto l’influenza del “rapporto” con Salvini sia ancora forte sulla sua persona.

Sì, si sono invertite le parti, evoluti i racconti. Luigi, da vittima, vuol diventare leader, se non propriamente carnefice. E allora trae spunto dall’esperienza pregressa al traino di Matteo, l’amore politico di ieri che a colpi di tweet e dirette Facebook ne ha prosciugato l’anima, o se non amate il romanticismo “il consenso”. Così lui, oggi, stretto tra il protagonismo di un Conte che insidia la sua leadership nel MoVimento 5 Stelle e la personalità di un Renzi che non tarderà a farsi sentire, prova a riprendersi la scena ricordando che Luigi Di Maio non è – solo – il ministro degli Esteri (ahinoi) di questo governo ma alla peggio un “primus inter pares”.

Si leggano così le polemiche sulle tasse da abbassare, sull’aumento dell’Iva da scongiurare, sulle politiche ambientali da varare, sul salario minimo e sul taglio dei parlamentari da fare. Un po’ come le riunioni tra ministri M5s alla Farnesina: sulla stregua degli incontri di Salvini con le parti sociali al Viminale. Sono richieste d’attenzione, gesti copiati – consapevolmente o meno non è dato sapere – dal compagno di un tempo. Nella convinzione, forse, che la ricetta di chi bombarda da fuori sia valida sempre, per tutte le stagioni. E nell’illusione che così facendo, comunque vada a finire, almeno stavolta si soffrirà di meno.

Ci sarebbe da provare quasi tenerezza e comprensione, se non fosse in discussione qualcosa di ben più grande della storia di uno. Se prima Matteo e poi Luigi non avessero scambiato le loro carriere come l’aspetto primario da curare, ma ai danni del Paese. Come dicevamo: da alcune relazioni si può prendere tanto. Alle volte solo il peggio. DeSalvinizzate Di Maio.

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