Perché il voto ai 16enni (da subito) è una gran parac*lata

Il fatto che la proposta Letta-Di Maio sull’estensione del diritto di voto ai 16enni sia diventata argomento pressoché prioritario all’interno del governo la dice lunga sulla qualità del dibattito e dell’agenda politica italiana. C’è chi ne fa una questione di ideali, chi prova a farla passare come un’apertura nei confronti dei tanti giovani che alcuni giorni fa hanno sfilato a favore dell’ambiente nel nome di Greta.

Ecco, tradurre quella mobilitazione in una legge che dia modo a parte di quel popolo di esprimere il proprio voto una volta compiuti 16 anni è una risposta ruffiana. Non è una risposta politica.

Non è tanto una questione di ormoni impazziti, di esperienza carente, di impreparazione vera o presunta delle nuove generazioni: il voto di milioni di adulti è la prova provata di come molti italiani siano soliti ascoltare di più quel che dice la pancia che non il cervello.

Si tratta invece di essere seri, di evitare – per usare una terminologia cara ai più giovani – di essere dei gran parac*li.

Specifichiamolo: l’idea non è sbagliata, ma è innanzitutto ininfluente. I 16-17enni residenti oggi in Italia sono poco più di un milione. Il loro peso elettorale? Uguale a circa il 2%.

Certo, si può insistere su questo discorso per incoraggiare i cittadini di domani a svolgere un ruolo più attivo nella vita del proprio Paese. Ma una politica sana dovrebbe essere più impegnata a mettere in cantiere delle proposte che facciano il loro bene concretamente. In primo luogo investendo sull’istruzione, sull’educazione, sulla formazione, sull’università, sulla facilità d’inserimento nel mondo del lavoro una volta terminati gli studi.

Prima di aprire al diritto di voto, dunque, è forse più corretto garantire a chi ha 16 anni il diritto ad essere un cittadino consapevole. Di nuovo: nessuno dice che al compimento dei 18 anni si diventi di colpo più preparati, colti, consapevoli e responsabili. Ma questo non è un buon motivo per allargare la platea di chi sceglie il futuro dell’Italia senza conoscere il nome del Presidente della Repubblica, senza essere in grado di valutare l’impatto e l’importanza del proprio voto, senza aver letto la Costituzione almeno una volta nella vita.

Questo Paese è troppo spesso preda di una frenesia malata. Non conosce il valore della programmazione, della pianificazione. Si vuole proprio aprire al voto ai 16enni? Bene, ma non da domani. Prima si introduca a regime l’educazione civica fin dalle scuole elementari: sia resa materia oggetto di valutazione (deve fare media), la si affronti con cadenza frequente (per dire: un’ora a settimana non basta), la si insegni con approfondimenti legati all’attualità politica e sociale (il libricino da solo non è sufficiente). Insomma, diventi una cosa seria. E a partire dal prossimo anno si inizi a rendere i 16enni che verranno migliori dei loro genitori e dei loro nonni. Ce n’è un disperato bisogno.

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