Perché il taglio dei parlamentari (comunque la si pensi) è la sconfitta della politica

Si può essere più o meno d’accordo con il taglio dei parlamentari, credere che questa riforma sia un atto di giustizia sociale o al contrario lo sconcertante prodotto della demagogia che ogni giorno respiriamo, il frutto naturale di quanto seminato in questi anni. Ma ciò che più dovrebbe preoccupare, al di là di come la si pensi, è il modo in cui la politica, tutta, si sia genuflessa dinanzi alla pericolosa retorica dell’antipolitica. Non si può contestare più di tanto il MoVimento 5 Stelle, che di questo punto ha fatto negli anni un suo cavallo di battaglia. Ci si può però domandare quale futuro abbiano dei partiti che votano favorevolmente una riforma di cui non condividono l’impianto, dominati soltanto dal timore (e in alcuni casi dal terrore) di passare agli occhi del popolo – cui dovrebbero invece saper parlare – come una casta di poltronisti legati al proprio scranno come ad un salvagente in mare aperto.

Il voto a favore del taglio dei parlamentari da parte di quei partiti che per mesi ne hanno denunciato tutti i pericoli e le deformazioni, suona come una resa. Equivale a dire che il popolo non avrebbe compreso una teoria diversa da quella propinata e imposta dai 5 Stelle con la forza delle bugie, prim’ancora che dei propri numeri in Parlamento. Questa è una doppia sconfitta: lo è in primis per i politici che hanno rinunciato alla loro funzione di guida, sempre più al traino di sondaggi e indici di gradimento piuttosto che interessati al cosiddetto “bene comune”. Ma è anche una sconfitta “nostra”, della gente comune. Perché se la politica ha abdicato, se ha pensato di non essere in grado di convincerci che il taglio dei parlamentari sì, ma il taglio dei parlamentari “così” no, significa che l’immagine di società che arriva è quella di un agglomerato rissoso, il più delle volte incapace di accettare un confronto informato sui temi, troppo preso dal desiderio di alimentare la sua bava alla bocca.

Il resto è contorno. Lo è Di Maio, che dopo aver annunciato la nascita della Terza Repubblica e l’abolizione della povertà, con gli stessi toni trionfalistici ha parlato ieri di “fatto storico” che “ricorderanno i nostri figli e i nostri nipoti”. Ma lo è pure l’alternativa, talmente inesistente da aver consentito a Luigi questo ennesimo teatrino.

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