La piazza “sbagliata” di Silvio Berlusconi

Il rischio che piazza San Giovanni gli riservi un’accoglienza fredda, addirittura ostile, per Silvio Berlusconi è elevato. Accadde lo stesso a Bologna, qualche anno fa. All’epoca un intervento di Matteo Salvini in persona placò i fischi di un pubblico che nell’uomo di Arcore vedeva soltanto un altro pezzo del vecchio establishment da abbattere, un passato di cui non andare troppo fieri.

Nella manifestazione di domani a Roma la possibilità che si ripeta qualcosa di simile è più concreta che mai. Nemmeno l’annunciata partecipazione del Cavaliere, con conseguente mobilitazione di pullman di Forza Italia provenienti da molte parti della Penisola, può metterlo al riparo da una contestazione dei sovranisti che riempiranno ogni angolo di piazza San Giovanni. La forza dei numeri d’altronde è impietosa: per un elettore azzurro ad urlare “Silvio, Silvio” potrebbero essercene 6 della Lega pronti a fischiarlo. Nel 2015, l’anno della reunion a Bologna, Salvini non era ancora il leader riconosciuto della destra e Berlusconi andava presentandosi come il capo insostituibile di una creatura da lui stesso originata: il centro-destra. Oggi quella stessa creatura Silvio fatica a riconoscerla. E non è il solo.

C’è poco di liberale e moderato in una piazza che aprirà le transenne alle sfilate di Casapound, c’è molto di Le Pen, c’è poco di De Gasperi. C’è un mondo che si è ribaltato, che gira all’incontrario. Perché il problema non è il Berlusconi di piazza, il Cavaliere che negli anni d’oro convocava le adunate contro Prodi e compagni comunisti. Il rebus sta invece nelle tante differenze che corrono tra ieri e oggi. In un Berlusconi che non solo non è l’organizzatore dell’evento, ma viene anche vissuto come ospite indesiderato, l’invitato che sei costretto a telefonare ma in fondo speri abbia un altro impegno. Il segno dei tempi sta in un leader che non solo non ha più la forza per farsi garante che le derive altrui restino lettera morta, ma al contrario offre ingenuamente il suo volto rendendo più presentabile ciò che invece non lo è. Non lo sarà mai.

In questo imbuto sta l’errore, la piazza “sbagliata” di un Cavaliere costretto a giocare nella propria metà campo per non esporsi all’accusa di “tradimento” da quelli che solo per consuetudine continuano a chiamarsi “alleati”.

Ma sta anche un accenno di resa, una presenza sul palco che sa invece di uscita di scena. Una sorta di genuflessione al duo Salvini-Meloni che non fa bene ad un centro-destra che voglia (e possa) definirsi tale, né alla storia dell’uomo Berlusconi.

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