Da “avvocato del popolo” ad avvocato di sé stesso

Nei primi mesi di non-governo gialloverde avevamo ribattezzato Giuseppe Conte “Casper”, un fantasma a Palazzo Chigi. La sua presenza era più che felpata impalpabile, più che accorta inesistente. Ma l’assurdità della politica italiana di questi anni ha consentito anche il ribaltamento di un teorema che sembrava consolidato. Nella velocità di un sistema che logora e divora le leadership è successo che Giuseppe Conte sia apparso a sua volta come un garante, un collante, per qualcuno addirittura un capo.

Nessuno può accusarci di essere prevenuti. Quando c’è stato da dare atto a Giuseppe Conte dei suoi meriti, quando c’è stato da applaudire alla sua indignazione nei confronti di Matteo Salvini, lo abbiamo fatto. E per quanto il calendario ci dica che Halloween è alle porte non siamo in clima di caccia alle streghe. Non lo siamo mai stati. Non lo saremo mai. Ma nell’audizione di Conte oggi al Copasir c’è molto della sua parabola politica. Ed è questo che ci interessa sottolineare, in attesa che il premier dia risposte chiare sul perché abbia acconsentito ad un incontro tra il procuratore generale americano William Barr e i vertici dei nostri servizi segreti senza informare nell’ordine il Quirinale, il ministro della Giustizia Bonafede e le sue due maggioranze (prima giallo-verde e poi giallo-rossa).

Giuseppe Conte, qualsiasi siano le spiegazioni che darà al Copasir nella sua audizione odierna, ha trattato una questione di interesse pubblico non come un premier, ma come un monarca. Ha pensato che Palazzo Chigi fosse la sua dépendance, magari nell’attesa di spostare i propri alloggi al Quirinale. Ha mostrato di non saper gestire l’ebbrezza del potere, l’idea del comando. Ha fatto emergere un lato del suo carattere venuto definitivamente a galla in questi ultimi giorni di confronto sulla Manovra: quello che assume i tratti di un protagonismo pericoloso, diverso da quello palesato da Salvini soltanto per parvenza, per miglior eloquio, per maggior cultura.

Il premier ha confuso l’amicizia personale con Donald Trump, l’affinità politica e umana, consentendo che l’equilibrio del nostro Paese venisse meno nella gestione di un caso tutto americano? Lo sapremo presto. Ma una cosa è certa: Conte ha messo l’Italia e le sue istituzioni in una condizione scomoda, di profondo imbarazzo. E il fatto che da auto-proclamato “avvocato del popolo” si trovi oggi ad essere unicamente avvocato di sé stesso è tutto dire, di certo non un bel vedere.

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