Né con le sardine né col Capitone

Sarà che questo dibattito ittico non ci appassiona. O che forse in questo mare in tempesta, in mezzo ai cavalloni delle crisi aziendali, tra le onde che mandano sott’acqua le nostre città, crediamo sia più importante pensare a come non annegare che perdersi dietro al dibattito sulle sardine. Niente contro la partecipazione pacifica di migliaia di persone, nulla da dire, se non un applauso, alla capacità di mobilitazione esercitata da 4 ragazzi che hanno oscurato la bandiera sovranista. Ma poi serve altro, per mettersi al timone di una nave. Sì, le sardine si muovono insieme, i loro banchi sono uno spettacolo della natura, fanno impressione, ma per “far saltare il banco” c’è bisogno di indicare una rotta, una meta, un porto d’approdo, e almeno finora non si vede lo straccio di una carta nautica.

Sì, c’è l’abbozzo di un manifesto, una serie di condivisibili invettive contro i populisti ma poco di concreto. C’è il segnale di una protesta organizzata, una differenza sostanziale rispetto alle piazze dei “vaffa“, una voglia di parlarsi in confronto alle urla di quelli che volevano “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” – anche qui i pesci, e vabbé è un’ossessione – e alla fine ci sono cascati dentro (lo abbiamo scritto in anticipo). Manca però una ricetta su come trattare le questioni più urgenti che investono il Paese, non un programma, nemmeno un’idea da opporre agli slogan di Salvini e soci. Molte parole e la frase più bella, ciò che rimane, è la citazione di un Lucio Dalla che manca moltissimo: “Com’è profondo il mare“.

Il rischio che queste sardine finiscano per essere inghiottite non tanto dai gattini che la “Bestia” sui social leghisti gli ha opposto, bensì da un vortice fatto di ingenuità e pressapochismo, è altissimo. Questo non significa schierarsi con i neonati “Pinguini” mangia-sardine (sì, è già nata la risposta di destra alla protesta di Bologna, siamo a questo punto) e neanche schierarsi con il Capitano. Anzi, col Capitone. La descrizione dell’anguilla sembra adattarsi perfettamente al Matteo sovranista. Leggete Wikipedia: “Il colore cambia con le fasi vitali: bruno sul dorso e giallastro ventralmente per gli animali che vivono in acque dolci; nero sopra ed argentato sotto per quelli che risiedono in mare o che si apprestano ad effettuare la lunga migrazione“. Sì, Salvini ha già attraversato la fase gialla, la sua gradazione naturale è nerastra, altre variazioni sul tema non devono ingannare. Il Capitone è cangiante, quasi camaleontico, il Capitano pure. La svolta moderata non c’è, è soltanto una narrazione avallata dai giornali(sti). Il Capitone è sfuggente di natura, d’altronde è un’anguilla, si produce in una serie di scivoloni inquietanti: “Cucchi? La droga fa male“, cit.

La verità è che in questo scenario così polarizzato, tra due estremi che vedono tutto bianco o nero (o se preferite, rosso o nero: e dire che tifiamo Milan…), tra girotondini 2.0 ed estremisti di destra tornati a nuova vita, noi non ci sentiamo rappresentati. Ci additeranno come moderati, e ci faranno un complimento. Ci chiameranno indecisi, ed è esattamente l’opposto. Ci accuseranno di grigiore, ma è che non siamo manichei: non pretendiamo di essere custodi del vero, non siamo il Verbo, non usiamo il Vangelo come arma elettorale, non pensiamo che “Bella Ciao” debba essere la canzone di una sola parte, non crediamo che l’odio sia il propellente che risolleverà questo Paese, e nemmeno pensiamo che basti una piazza “contro” per ripartire. Siamo qui, pieni di sfumature e di idee, né con le sardine né col Capitone. Dopotutto non ci piace navigare a vista.

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