Fondazione Open, democrazia “closed”

Nella mia giovane carriera di elettore – ho 28 anni – non ho mai votato per Matteo Renzi. Lo dico consapevole del rischio di alienarmi le simpatie dei tanti renziani che frequentano e sostengono la mia pagina. Ma lo dico soprattutto come premessa doverosa. Perché venga allontanato da subito il pregiudizio di chi – nel leggere questo articolo sulla Fondazione Open – possa pensare di trovare la difesa interessata nei confronti del “capo” di turno. Non è così, “state sereni” (ma sul serio).

Nel Paese garantista a giorni alterni, a seconda di chi finisce sotto inchiesta, essere sinceramente garantisti non è semplice. Non va di moda. Soprattutto se le procure si mettono d’impegno per spettacolarizzare le perquisizioni di gente buttata giù dal proprio letto all’alba, neanche nascondesse in casa il bunker di questo mafioso o di quel camorrista. Si potrebbe dire che alcuni pm sono particolarmente reattivi al cambiamento. Inteso non come “il governo del cambiamento”, che quello per fortuna si è auto-distrutto molto presto, ma al cambiamento di clima che si respira su un tema delicato come quello della Giustizia (se ancora la maiuscola si può utilizzare).

Un esempio su tutti è quello della riforma della prescrizione che i 5 Stelle vorrebbero in vigore dal primo gennaio 2020, che ribalta la presunzione di innocenza in presunzione di colpevolezza e ignora il principio costituzionale secondo cui la legge assicura “la ragionevole durata” del processo. La riforma grillina sostiene esattamente l’opposto: un cittadino, anche se giudicato innocente in primo grado, potrà essere perseguito (e inseguito) dalla giustizia anche dopo 10, 20, 30 anni. Siamo allo stato di “imputato a vita”, una barbarie che l’Unione Camere Penali, l’associazione più autorevole dei penalisti italiani, non ha esitato a condannare.

In questo contesto molto chiaro, in un Paese che fa i conti con la tentazione manettara dal 1992 senza averli mai veramente regolati, dobbiamo chiederci se la magistratura non sia realmente tentata di sostituirsi alla politica. Quella di Renzi è una provocazione, ma fino ad un certo punto: “Chi decide oggi che cosa è un partito? La politica o la magistratura?”.

Gli esempi non mancano negli ultimi mesi: il Parlamento latita sulla questione dell’aiuto al suicidio? Sul caso Cappato-Dj Fabo interviene la Consulta. Il Ponte Morandi crolla e si rendono necessarie verifiche sulla tenuta dei viadotti? La Procura di Genova dispone la chiusura di un tratto della A26. ArcelorMittal medita di sfruttare l’autogol del governo che gli ha tolto lo scudo penale lasciando l’ex Ilva? La procura di Milano e quella di Taranto aprono un’inchiesta per motivazioni divergenti (a riprova delle divisioni interne alla magistratura stessa).

Se la politica non riacquisterà in fretta il suo ruolo, però, a venire meno non sarà tanto Matteo Renzi o Italia Viva, al momento peraltro scarsamente “pericolosi” viste le cifre che gli attribuiscono i sondaggi, bensì tutto il sistema di pesi e contrappesi che regge la nostra democrazia. Dovremmo preoccuparci, più che di Fondazione Open, di democrazia “closed”.

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