Trump, l’impeachment e il rischio di un autogol per i Democratici

Nancy Pelosi applaude Donald Trump

Oggi chiedo ai nostri presidenti di commissioni di procedere con gli articoli di impeachment“. Firmato Nancy Pelosi, speaker democratica della Camera, che con queste parole ha avvicinato un po’ di più la messa in stato di accusa di Mr Trump.

Nessun dubbio sul fatto che l’Ucrainagate sia fonte d’imbarazzo per The Donald molto più che il Russiagate. Non che ci volesse tanto, dopotutto. La contro-inchiesta sull’indagine di Robert Mueller, a dirla tutta, rischia di confermare ciò che tutti sanno ma in pochi dicono: quella sui rapporti con la Russia non era forse una “caccia alle streghe”, come è andato ripetendo Trump in questi anni, ma la pistola fumante non è mai stata trovata. Diversi milioni di dollari spesi in investigazioni per sancire un enigma amletico: “Il rapporto non conclude che il presidente abbia commesso un crimine, ma neanche lo esonera“. Una conclusione da mal di testa.

Dal punto di vista politico, ora, è interessante capire quali saranno gli effetti che la procedura di impeachment produrrà in America a meno di un anno dal voto. Da quando è venuta a galla la telefonata con cui Trump chiedeva al presidente ucraino Zelensky di riaprire le indagini sul figlio del suo competitor potenzialmente più pericoloso, Joe Biden, in testa ai sondaggi tra i Democratici – lo zio d’America che tutti da mesi descrivono come in procinto di crollare, ma che da altrettanti mesi resiste a dispetto dei pronostici – la percentuale degli statunitensi favorevoli alla messa in stato d’accusa del presidente ha subito un’impennata.

Gli americani, però, amano il loro Paese e tengono molto all’immagine che degli Usa arriva all’estero. In questo non sono molto simili agli italiani, sono meno autolesionisti e più patriottici. Che è diverso da sovranisti. Per questo motivo sanno che una procedura di impeachment conclusa con la destituzione di Donald Trump sarebbe una macchia sulla Casa Bianca difficilmente cancellabile. E questo gli americani non lo vogliono. Ecco perché quando i sondaggi chiedono: “Sei favorevole alla procedura di impeachment contro Trump?” a rispondere sì è il 52,4%. Ma quando la domanda si fa più stringente, “Vuoi che Trump venga rimosso?“, la percentuale dei favorevoli scende drasticamente (-6%).

I procedimenti di impeachment nella storia americana sono così pochi da non poter costituire un riferimento indicativo. Non abbiamo dei precedenti tali da dirci in anticipo come andrà a finire.

Bill Clinton, più di venti anni fa, venne assolto dall’accusa di aver mentito sui suoi rapporti con Monica Lewinski. Nelle prime elezioni successive al procedimento di impeachment, quelle di midterm del 3 novembre 1998, il partito del presidente messo sotto accusa aumentò addirittura i suoi seggi: non accadeva da più di 50 anni. Nel 2000, però, a vincere le Presidenziali non furono i democratici di Clinton (che presentavano il suo vice Al Gore ) ma un certo George W. Bush, che in campagna elettorale sfruttò “politicamente” il caso Lewinski mettendo in dubbio l’integrità dell’uomo Clinton, piuttosto che il suo operato da Presidente.

Qualcosa di simile potrebbero cercare di fare i Democratici. A Trump, allora, il compito di dimostrare la validità di una frase pronunciata nella scorsa campagna elettorale, quando in un comizio disse: “Potrei sparare a qualcuno in mezzo a Fifth Avenue e comunque non perderei voti. È incredibile“. Sì, in effetti lo è. Eppure…

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