The Donald, la vittima

Donald Trump, impeachment

Andrew Johnson, Bill Clinton: ora Donald Trump. Soltanto tre presidenti, nella storia degli Stati Uniti, sono stati messi sotto impeachment. E questo, per un uomo dell’ego di The Donald, non è un dato marginale. Ciò che i ragazzi americani troveranno sui libri di storia, tra 50 o 100 anni da oggi, non sarà il boom dell’economia, il calo della disoccupazione, la creazione delle forze spaziali americane, per citare alcuni dei motivi d’orgoglio elencati in una lettera di 6 pagine inviata da Trump alla speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi. No, accanto al nome di Donald Trump, dopo il voto di stanotte, sarà appiccicato per sempre quel marchio di vergogna, quell’onta incancellabile: impeachment. In italiano si traduce con la parola “accusa“. Secondo il modo di intendere la vita degli americani equivale già ad una condanna.

Mai come questa volta, però, il Paese sembra aver rifiutato la narrazione costruita dai Democratici. Attenzione: quella telefonata al presidente ucraino Zelensky, per suggerire l’apertura di un’indagine sul figlio del rivale politico Joe Biden, non è un’invenzione. Ma l’impeachment è una ferita insanabile, la messa in discussione dell’istituzione più importante della democrazia a stelle e strisce, l’inviolabile Casa Bianca. Per questo motivo, negli ultimi giorni, i sondaggi hanno descritto per la prima volta uno spostamento importante a favore di Donald Trump. Segno che gli elettori indipendenti, quelli che decidono chi votare di elezione in elezione, soprattutto quelli che le decidono, le elezioni, hanno vissuto la drammatizzazione dello scenario da parte dei Democratici come una forzatura.

Mentre il Presidente batte i pugni, o meglio, le dita, sullo smartphone da cui denuncia su Twitter il grande “imbroglio” (con tanto di maiuscole e punti esclamativi per non farsi mancare niente), i Democratici devono riuscire a convincere gli americani non tanto della sua colpevolezza, ma che il processo non sia il conto da pagare per ciò che accadde nel novembre 2016: la sconfitta di Hillary Clinton. Il “soffitto di cristallo” di una donna alla Casa Bianca non fu sfondato. L’eredità di Barack Obama, se non totalmente sconfessata, non venne comunque raccolta. E la vittoria di un uomo che mai si è distinto come esempio di correttezza e fair play è diventata la macchia da cancellare, a qualsiasi costo.

Ma proprio in questo affrontopuò celarsi l’errore strategico capace di proiettare Donald Trump verso un doppio mandato alla Casa Bianca. Più della debolezza dei suoi avversari, più dell’assenza di un nuovo Obama, di una troppo attendista Michelle, più dell’economia che vola, più della voglia di un uomo forte capace di fare l’America “great again“. Nell’incapacità di accettare il risultato di una notte di oltre 3 anni fa risiede il peccato originale che annulla oggi le ragioni dei Democratici. Troppo presi dal voler distruggere l’avversario politico per rendersi conto di aver fatto un enorme regalo al nemico giurato. La sindrome di accerchiamento, il “sono tutti contro di me (e noi)” sarà il tema ricorrente della campagna elettorale di The Donald, la vittima, che è già iniziata.

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