Perché l’uccisione di Qassem Soleimani è l’evento più importante degli ultimi anni in Medio Oriente (e non solo)

Qassem Soleimani

L’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani è senza dubbio uno degli eventi più importanti degli ultimi anni in Medio Oriente. Meno mediatico dell’uccisione del Califfo dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, ma molto più impattante dal punto di vista geopolitico. Il fatto che il raid in cui è rimasto ucciso il comandante delle forze Al Quds – vero fiore all’occhiello delle truppe d’élite iraniane – sia stato ordinato da Trump in persona, senza peraltro informare il Congresso, è uno dei punti nodali della questione.

L’azzardo di Donald

The Donald, il “dealer“, l’uomo d’affari trapiantato alla Casa Bianca, ha scelto di tentare un azzardo in qualità di commander-in-chief della più forte armata del Pianeta. Si potrebbe credere che dietro ad una mossa di così chiara rilevanza politica, destinata a scatenare un terremoto geopolitico potenzialmente senza precedenti, Trump abbia avuto rassicurazioni dai suoi consiglieri militari del Pentagono sul fatto che l’Iran non ha la possibilità di reagire nel breve termine in maniera proporzionale all’offesa ricevuta. Ma questo pensiero rassicurante non è corroborato dallo storico di Trump, noto per aver assunto in questi anni delle decisioni ampiamente sconsigliate dagli apparati.

Le possibili conseguenze dell’uccisione di Qassem Soleimani

Che l’approdo sia un’escalation nella regione è poco ma sicuro. Resta da capire dove l’Iran deciderà di assestare il proprio colpo. Se in Siria, contro Israele, o più facilmente nello stesso Iraq, paradosso irrisolto da troppi anni, in cui il premier Adil Abdul Mahdi si trova nella oggi quanto mai scomoda posizione di alleato tanto degli Usa quanto dell’Iran, non è dato sapere.

George W. Bush e Barack Obama non passeranno alla storia come due dei più lungimiranti strateghi militari che il mondo abbia conosciuto, ma ci sono dei motivi se in tanti anni, nonostante il ruolo crescente di Qassem Soleimani nello scacchiere mediorientale, non hanno mai impartito l’ordine di uccisione ai propri uomini sul campo. Soleimani era per l’Iran e il suo popolo una figura sentimentale, quasi mitologica per la sua capacità di tirarsi fuori dalle situazioni più difficili da vincente. Il fatto poi che l’uccisione del generale sia arrivata in risposta ai disordini in Iraq di questi giorni suggerisce che quello Usa sia il più classico dei falli di reazione: un atto non supportato da un’articolata strategia, bensì fondato sulla percezione di un Iran oggi troppo debole per pensare di provocare un conflitto su larga scala che avrebbe come unico effetto quello di vederlo distrutto.

I rischi per Trump

Quanto l’azzardo di Trump pagherà lo capiremo nei prossimi giorni. Quel che è certo è che questa mossa rischia di avere ripercussioni politiche importanti anche sul piano interno. Al di là del decantato disimpegno americano, durante il mandato di Trump è aumentato il contingente militare a stelle e strisce dislocato in giro per il mondo. L’apertura di un fronte caldo, per non dire rovente, in Iran – quando siamo da poco entrati nell’anno delle presidenziali – promette di costare caro in termini di popolarità all’inquilino della Casa Bianca, diviso tra la tutela dell’interesse nazionale e la stanchezza di un popolo provato dal suo ineluttabile destino di superpotenza.

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