Il numero per spiegare lo sfregio di Trump all’Iran: 52

Cinquantadue. Da questo numero bisogna partire per comprendere le ragioni che hanno portato Donald Trump ad impartire l’ordine di uccisione di Qassem Soleimani. Per intenderci: nella Repubblica Islamica inferiore per importanza al solo ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema considerata dagli sciiti come “riflesso di Dio” in Terra.

In predicato di raccogliere l’eredità di Hassan Rouhani come presidente, del quale già veniva considerato lungamente più decisivo, è dell’uccisione di un semi-Dio – secondo l’immaginario iraniano – che bisogna discutere. Il più immortale tra i mortali.

Qassem Soleimani era il mito di un Paese, si sentiva al sicuro come si sentono i leader rivali di una superpotenza: certi che l’odio nemico non sarà mai superiore al mantenimento dell’interesse strategico. Perché al di là della scommessa di Donald Trump sulla razionalità iraniana, sul fatto che Teheran, consapevole del rischio di essere spazzata via rinuncerà a qualunque tipo di rappresaglia, uccidere un leader come Soleimani procura di norma più svantaggi che altro. In questo caso: ricompatta la mezzaluna sciita, rinvigorisce il sentimento di unità di un popolo altrimenti fiaccato non solo dalle sanzioni ma anche dalla sua propensione imperialista nella regione, incrementa la narrazione in voga in Medio Oriente degli occidentali traditori, dall’Accordo di Sykes-Picot in avanti.

Devono esserci dunque altri fattori, visto che quelli strategici non sembrano giustificare il raid Usa a Baghdad, alla base di una decisione che rischia di sconvolgere l’area negli anni a venire. Che tipo di fattori? Prevalentemente emotivi. Si può immaginare che rapporti di intelligence sugli spostamenti di questo o quell’altro leader rivale arrivino sulla scrivania della Casa Bianca con una certa frequenza. Ma allo stesso tempo si può credere che l’uccisione del contractor americano e l’assalto all’ambasciata Usa in Iraq abbiano costituito per la cabina di comando americana un’offesa difficile da digerire. Il motivo? Probabilmente irrazionale, decisamente emozionale, figlio di un’eredità avvelenata, di 444 giorni che per l’America rappresentano un marchio d’infamia: quelli in cui 52 componenti della sua ambasciata a Teheran vennero tenuti in ostaggio, rilasciati in maniera beffarda soltanto nel giorno in cui il presidente Carter lasciava a Reagan la sua poltrona nello Studio Ovale.

Da lì, da quell’umiliazione storica, da quella per una volta dimostrazione di impotenza americana, bisogna partire per comprendere le ragioni dell’odio Usa verso la Repubblica Islamica, soggetto che per profondità storica, culturale, demografica, pensa a se stessa come “perno dell’Universo“, soggetto potenzialmente egemone in una regione in cui gli Usa applicano da tempo la strategia dell’equilibrio di potenza, aiutando gli Stati in difficoltà per far sì che diano filo da torcere ai più grandi, garantendosi così risparmio di energie ed evitando l’affermarsi di una nazione che possa insidiarne i disegni.

Come riportato da Limes, sono forse le parole dell’ex analista della CIA, Kenneth Pollack, a spiegare meglio il sentimento degli americani nei confronti degli iraniani a partire dal 1979: “La crisi degli ostaggi ha lasciato una terribile cicatrice nella psiche americana. È un episodio così frustrante che la maggior parte di noi ha semplicemente preferito dimenticarlo, ignorarlo e minimizzarlo il più possibile. Tuttavia, pochi americani hanno mai perdonato gli iraniani. (…) Non ne parliamo mai apertamente, ma la rabbia residua che così tanti americani provano nei confronti dell’Iran per quei 444 giorni ha caratterizzato ogni decisione al riguardo da quel momento. Ogniqualvolta ha fatto qualcosa di malvagio – ed è capitato molto spesso – questa collera ha amplificato lo sdegno verso gli iraniani. Ogniqualvolta gli iraniani hanno tentato di fare aperture agli Stati Uniti – per quanto rare e problematiche – questa stessa rabbia ci ha spinto a fissare soglie molto alte. (…) Una delle ragioni per cui le varie amministrazioni sono state così reticenti a perseguire un riavvicinamento a Teheran è che questa rabbia latente è così volatile e può essere così facilmente riportata a galla da un oppositore politico che in pochi hanno voluto prendersi il rischio. (…) Se a un certo punto saremo in grado di risolvere le differenze politiche reciproche, dovremo affrontare anche questi ostacoli emotivi. (…) Gli americani dovranno imparare a gestire la propria collera“.

Non è pretestuoso pensare che in relazione alla decisione di uccidere Qassem Soleimani quella collera verso il nemico storico abbia inciso. E molto. Non fosse altro perché difficilmente una superpotenza affida ad un altro Paese, in questo caso l’Iran, la possibilità di scegliere se avviare o meno una guerra. Di solito la muove per prima, lasciando al nemico l’opportunità di leccarsi le ferite e poco altro. Stavolta ha preferito sfregiarlo. Scommettendo sul fatto che sarà la paura a trionfare sul desiderio di vendetta.

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