Morti in una guerra mai iniziata

Il linguaggio della guerra è chiaro a chi la pratica. Meno ai civili, portati per indole a non comprenderne le ragioni, a temerne le conseguenze, a pagarne il prezzo. L’ammissione di colpevolezza da parte dell’Iran rispetto all’aereo ucraino precipitato a Teheran su cui viaggiavano 176 innocenti è la conferma di ciò che tutti avevano immaginato apprendendo la notizia dello schianto: la fatalità esiste, ma non sempre.

Le scuse dell’Iran sono arrivate in ritardo: in questi giorni abbiamo visto le autorità della Repubblica Islamica, nell’ordine: negare la consegna delle scatole nere, ripulire l’area dello schianto con delle ruspe, sostenere con sdegno più volte la propria estraneità ai fatti e, infine, ammettere l’evidenza grazie alle pressioni della comunità internazionale e al video girato da un suo ignaro (forse) cittadino.

Detto che l’aereo ucraino è stato abbattuto per sbaglio (non ci sarebbe motivo di colpire un velivolo civile), la definizione migliore per ciò che è accaduto è proprio quella di “errore umano”. Non è lo stesso errore umano di cui parla in presenza di un incidente automobilistico, una svista causata da un’indecisione, una manovra azzardata. Questo errore è “umano” perché figlio dell’umana paura della guerra. Nelle ore seguite all’uccisione di Qassem Soleimani, nei minuti della rappresaglia iraniana, la forze di difesa di Teheran hanno creduto di essere a loro volta assalite dagli americani. E’ stato un atto “imperdonabile” ma “comprensibile”, con tutte le virgolette del caso, necessarie poiché da uomini addestrati sarebbe lecito attendersi un più alto livello di competenza e freddezza.

Quelle 176 persone a bordo dell’aereo abbattuto hanno pagato con la vita l’essersi trovate al posto sbagliato nel momento sbagliato. Capita, in guerra. Diventa più difficile da accettare quando una guerra non c’è stata, non c’è, e forse (per fortuna) non ci sarà.

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