Lo sproloquio della cravatta

La sintesi di Luigi Di Maio capo politico del MoVimento 5 stelle sta negli ultimi istanti da leader al Tempio di Adriano. Il racconto di un aneddoto, quel libro, “Elogio della cravatta”, unico regalo di Gianroberto Casaleggio in tanti anni di conoscenza. Il “guru” colpito dallo stile composto del più istituzionale dei grillini, lo studio del nodo di cravatta, l’attenzione ossessiva per la comunicazione, il chiodo fisso. Ma poi: oltre la comunicazione, cosa c’è? C’è Di Maio che dice: “Per me ha sempre rappresentato un modo per onorare la serietà delle istituzioni della Repubblica e il contegno che deve avere un uomo dello Stato. Oggi simbolicamente la tolgo qui davanti a tutti voi“. Eccolo, Di Maio scravattato, dimesso (in tutti i sensi), mai abbastanza elegante per rinunciare ad un gesto che serve solo ad associare il momento ad un’immagine, fissarla nel tempo, a futura memoria. Come Di Pietro tolse la toga, Di Maio toglie la cravatta. Teatro. Non proprio l’atteggiamento di chi pensa ad un passo indietro.

Non sorprendetevi di queste manie di grandezza: d’altronde Di Maio è lo stesso che annunciò in pompa magna l’abolizione della povertà. E’ quello che parla ancora oggi del MoVimento come del soggetto politico che deve difendere gli italiani dagli “usurpatori” (nota a margine, a quali si riferisce? Quelli con cui governa?). E’ lo stesso che commentava il taglio dei parlamentari dicendo “abbiamo fatto la storia“. E’ colui che oggi insiste, modalità megalomane “on”, sottolineando di aver cambiato come MoVimento “la vita degli italiani per sempre“. Domanda: dov’è il limite? Risposta: Non è che non lo vedete, è che proprio non c’è.

Si può provare nei suoi confronti, stasera più che mai, una sorta di umana empatia. Definirlo senza timore di essere smentiti come uno dei migliori tra i grillini (e poi, sì, subito dopo, commentare: pensa gli altri!). Di Maio non è stato un buon ministro del Lavoro e delle Infrastrutture, e il suo operato agli Esteri non è stato finora indimenticabile, per usare un eufemismo. Ma su queste pagine abbiamo sempre rifiutato i commenti che lo attaccavano per il fatto di essere, nell’ordine: “bibbitaro”, “non laureato”, “non sa l’inglese”, “steward al San Paolo”, “Giggino”. Di Maio lo abbiamo criticato per le scelte politiche sbagliate, quelle che sconteremo oggi, ma soprattutto domani. Lo abbiamo attaccato per le bugie su Ilva, Tap, Tav: dossier su cui sarebbe stato onesto dire “abbiamo promesso cose irrealizzabili. scusate“. A Di Maio, soprattutto, non abbiamo perdonato il suo atto più grave: la richiesta di impeachment a quel galantuomo che risponde al nome di Sergio Mattarella, il Presidente della Repubblica che oggi lui stesso ha ringraziato. Perché ogni tanto dagli errori si impara. Menomale.

No, non aveva ragione Bruno Vespa: Luigi Di Maio non è un giovane Giulio Andreotti. Ma forse, oggi, al termine del suo discorso, troppo lungo, troppo trionfalistico, troppo “troppo”, l’ormai ex capo politico M5s ha trovato la sua citazione più riuscita. Tu guarda: l’antipolitica che cita un democristiano: Aldo Moro. “Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. Ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso. Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà“. Nello “sproloquio della cravatta”, almeno un elogio. Ed un augurio: di tornare, quando sarà, più maturo. Perché Di Maio torna, magari più “casual”, ma torna. Statene certi.

2 risposte a “Lo sproloquio della cravatta”

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