Goodbye, my friends

Alla geografia non si sfugge. Il Regno Unito resta in Europa. Ma è la geopolitica ad informare lo spirito dei popoli. I britannici, o forse sarebbe più giusto dire gli inglesi, per rimarcare la spinta che ha partorito la Brexit, alla mezzanotte di oggi lasceranno l’Unione Europea. Lo faranno alla loro maniera: un po’ arrogante per chi guarda da fuori, ma forse anche nell’unica veramente possibile. Fiduciosi nelle proprie potenzialità, certi che la loro storia imperiale gli garantirà un futuro se non roseo quanto meno accettabile.

Ed accettabile, dalle parti di Westminster, significa non vivacchio, mediocrità. Equivale a pensarsi potenza globale, essere percepita come tale, anche in un mondo non poco diverso da quello che vide l’Impero, alla fine dell’Ottocento, governare su un quarto delle terre emerse, su un quinto della popolazione mondiale. Storia che gli inglesi sanno di non potere resuscitare, quanto meno non nella forma di un nuovo colonialismo, ma che pure sono intenzionati a sfruttare, rifiutando un destino che altrimenti li vedrebbe costretti a vivere di un nazionalismo come altri: inglesi, sì, ma poi?

Da questo motivo di fondo bisogna partire per spiegare la Brexit. Non una questione economica (“Fuck business”, disse Boris Johnson chiarendo come le ragioni strategiche venissero prima di tutto il resto), non un’avversione “all’italiana” verso la burocrazia brussellese identificata come il male dei mali, bensì una questione di natura esistenziale, di stessa sopravvivenza. Aspetto, questo, non colto fino in fondo nel resto del continente. Gli inglesi hanno deciso per la Brexit per evitare di ritrovarsi inglesi e basta. Per non rinunciare alla Scozia, per reprimere le sue spinte indipendentiste; per evitare di svegliarsi un giorno senza la protezione dell’Ulster e del Mare d’Irlanda, trovandosi così esposti alla prospettiva, mai del tutto esclusa, di un attacco da Occidente.

Uscire dall’Unione Europea significa per gli inglesi impedire ai propri vicini di pensarsi europei, prima che britannici. Vuol dire annullarne il coinvolgimento in un’architettura più ampia, e dunque meno facile da controllare. Equivale a ricalcare lo schema che funzionò in passato, a declinarlo nel Terzo Millennio, blandendo Scozia, Irlanda del Nord e Galles con aiuti economici corposi in cambio di eterna fedeltà all’Inghilterra. Si traduce nella possibilità per questi Paesi di concentrarsi sulle nuove possibilità che il commercio offrirà, di trasferire all’esterno le pulsioni che altrimenti rischierebbero di fare implodere il Regno.

Non che questo scenario sia escluso. Non che sia possibile dire con certezza che nei prossimi anni non abbia a svilupparsi un conflitto simile ad una guerra civile tra i confini dei possedimenti di Sua Maestà: come frutto dell’inconciliabilità delle rispettive posizioni, come conferma del fatto che gli inglesi hanno perso il loro azzardo.

Guardando Oltremanica, quella che oggi solca il viso è una lacrima di malinconia, più che di nostalgia. Per ciò che avrebbe potuto, ma non sarà. La mano corre già verso il taschino, va a prendere il fazzoletto per asciugarla. Gli europei del continente salutano gli europei dell’Isola. Goodbye, my friends. And good luck.

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